La Cina di Xi Jinping ha trasformato in legge una politica che da anni mira a rimodellare l’identità delle minoranze etniche, dai tibetani agli uiguri, subordinandola alla nazione cinese e al Partito comunista. L’Ethnic Unity and Progress Promotion Law, entrata in vigore il 1° luglio, codifica questa visione in modo capillare: scuole, quartieri, famiglie, istituzioni culturali e persino individui all’estero diventano parte di un progetto di assimilazione nazionale senza precedenti. La norma vieta qualsiasi atto che “minacci l’unità etnica” o “crei divisioni” tra le 56 etnie riconosciute dal Paese, dominato dalla maggioranza han, oltre il 90% della popolazione.
Le scuole devono usare il mandarino come lingua principale e insegnare un curriculum che “forgi un forte senso di comunità del popolo cinese”. I genitori sono obbligati a educare i figli ad “amare il Partito comunista e il popolo cinese”. Il governo dovrà sostenere musei, biblioteche e istituzioni culturali affinché promuovano la storia nazionale e la prosperità della Cina. Le autorità locali, inoltre, dovranno favorire l’“integrazione etnica” nelle politiche abitative — un punto che gli osservatori interpretano come possibile preludio a ricollocamenti forzati. La legge ha un raggio d’azione globale: individui e organizzazioni fuori dalla Cina potranno essere ritenuti responsabili se accusati di “minare l’unità etnica”.
Per gli esperti, questo apre la porta a forme di repressione transnazionale, con effetti su attivisti, ricercatori, giornalisti e comunità della diaspora. Nel discorso per il 105° anniversario del Partito, Xi ha ribadito che la legge è centrale per “rafforzare la grande unità di tutti i gruppi etnici”. Ma le critiche sono immediate. In una lettera di aprile, esperti ONU hanno avvertito che la norma potrebbe avere “gravi implicazioni” per l’autonomia linguistica, culturale e religiosa di tibetani, uiguri e mongoli.





