Quando la Christophe de Margerie ha lasciato il porto artico collegato all’impianto Arctic LNG‑2, il ghiaccio ricopriva ancora pesantemente le acque. Era la fine di maggio, e la petroliera russa, scortata da un rompighiaccio, ha iniziato il primo viaggio della stagione lungo la Rotta Marittima del Nord, l’arteria che attraversa il cuore gelido dell’Artico russo. Dopo due settimane di navigazione tra blocchi di ghiaccio e nebbie polari, la nave ha raggiunto la penisola di Kamchatka, dove le immagini satellitari mostrano un trasferimento di carico verso un’unità galleggiante di stoccaggio. Poco dopo, un’altra nave, la Arctic Mulan, ha ripetuto la stessa operazione, disattivando per ore il proprio transponder prima di dirigersi verso il porto cinese di Beihai, dove un terminal riceve esclusivamente GNL russo soggetto a sanzioni.
Secondo un’analisi del Centro norvegese per la logistica dell’Alto Nord, da quando è iniziata la guerra in Ucraina, il traffico lungo la rotta è dominato dagli scambi tra Russia e Cina. Pechino, autoproclamatasi “stato quasi artico”, ha intensificato la propria presenza nella regione, sostenendo l’economia russa e assicurandosi forniture energetiche strategiche. Per Mosca, la rotta di 5.600 chilometri lungo la costa artica è il sogno di Vladimir Putin: un corridoio commerciale capace di ridisegnare le mappe globali dell’energia e di attrarre investimenti nei porti e nei giacimenti del Nord.
Per la Cina, invece, è una frontiera nuova, dove lo scioglimento dei ghiacci promette stagioni più lunghe e rotte alternative ai canali tradizionali. Mentre i conflitti in Medio Oriente bloccano petroliere e gasdotti, la Rotta Marittima del Nord si prepara a una stagione da record. Tra iceberg e silenzi polari, il futuro del commercio globale potrebbe passare proprio da qui — dove il ghiaccio si scioglie, ma le ambizioni restano congelate.





