L’Iraq, secondo produttore dell’OPEC e membro fondatore del cartello, ha valutato l’ipotesi di abbandonare l’organizzazione se non otterrà un aumento significativo della propria quota produttiva. La rivelazione, riportata da fonti irachene a Reuters, arriva in un momento di forte instabilità per il gruppo, già scosso dall’uscita degli Emirati Arabi Uniti meno di due mesi fa. Baghdad vive una crisi economica profonda: la guerra con l’Iran ha quasi azzerato le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz, privando il Paese della sua principale fonte di entrate.
Per questo, un alto funzionario del Ministero del Petrolio ha definito “cruciale” un aumento della quota OPEC, avvertendo che Arabia Saudita e alleati “devono prendere la questione con la massima serietà”. La quota irachena per luglio è fissata a 4,378 milioni di barili al giorno, ma la produzione reale è crollata a 1,48 milioni a maggio, dopo la chiusura del giacimento di Hormuz. Il portavoce governativo Haider al Aboudi ha dichiarato che l’Iraq mira a raggiungere 7 milioni di barili al giorno nei prossimi anni. Le tensioni emergono mentre l’OPEC+ — che include Russia e altri produttori — sta conducendo una revisione della capacità produttiva dei membri per definire i parametri del 2027.
Il Ministero del Petrolio iracheno ha smentito ufficialmente l’ipotesi di un’uscita, definendola “non rappresentativa della posizione del governo”. Ma la minaccia resta sul tavolo, e una fonte russa ha lasciato intendere che un “leggero aumento” della quota irachena potrebbe essere accettabile per mantenere la coesione dell’OPEC+. La sola notizia della possibile uscita ha fatto scendere il prezzo del greggio sotto i 73 dollari al barile. Il primo ministro Ali al‑Zaidi, insediato a maggio, ha fatto della ricostruzione economica e dell’attrazione di investimenti stranieri la priorità del suo governo. Per Baghdad, ottenere più spazio nell’OPEC non è solo una questione tecnica: è una battaglia per la sopravvivenza finanziaria.





