Un giudice federale ha sospeso l’entrata in vigore della nuova legge dell’Idaho che avrebbe reso reato, punibile fino a cinque anni di carcere, l’uso dei bagni pubblici da parte di persone transgender quando la denominazione non corrisponde al sesso assegnato alla nascita. La norma sarebbe dovuta entrare in vigore il 1° luglio. Ma la giudice distrettuale Amanda Brailsford ha concesso un’ingiunzione preliminare nell’ambito di una class action che ne contesta la costituzionalità. L’ordinanza permette alle persone transgender di utilizzare bagni a cabina singola conformi alla propria identità di genere, o – se non disponibili sullo stesso piano – bagni a più cabine. Per il resto, lo Stato può applicare la legge per spogliatoi e docce pubbliche, non oggetto del ricorso. Al centro della causa c’è la presunta violazione del XIV Emendamento: giusto processo, uguaglianza e privacy.
Brailsford ha ritenuto probabile la vittoria dei ricorrenti almeno sul primo punto, giudicando la legge “incostituzionalmente vaga” nelle modalità di applicazione. I sostenitori della norma affermano che essa protegge donne e bambini da possibili abusi nei bagni pubblici. La giudice ha riconosciuto la legittimità dell’obiettivo, ma ha stabilito che le leggi penali già esistenti sono sufficienti a garantire sicurezza senza violare diritti costituzionali.
I ricorrenti sostengono invece che la legge aumenterebbe il rischio di violenze e molestie contro le persone transgender, accusando la legislatura repubblicana dell’Idaho di aver basato il testo su stereotipi che equiparano le persone trans a predatori sessuali. L’Idaho è uno dei pochi stati – insieme a Utah, Kansas e Florida – a prevedere sanzioni penali per l’accesso ai bagni non conformi al sesso biologico. La legge introduce pene fino a un anno per la prima infrazione e fino a cinque anni per la seconda. Due precedenti norme simili, rivolte alle scuole e ai campus universitari, sono anch’esse oggetto di contenzioso.





