Gli Emirati Arabi Uniti si sono uniti a Qatar, Arabia Saudita, Regno Unito, Francia, Kuwait, Cina, Giappone e ad altre nazioni chiave nel rispondere al controllo congiunto dello Stretto di Hormuz da parte di Iran e Oman, una mossa che sta trasformando gli equilibri globali del transito petrolifero, della navigazione marittima e persino del turismo nel Golfo. Lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per circa un quinto del greggio mondiale, è da settimane al centro di un nuovo assetto operativo: Teheran e Mascate hanno avviato un coordinamento permanente per monitorare traffici e sicurezza, presentandolo come “un’iniziativa di stabilità regionale”. Ma per molti osservatori internazionali, si tratta di un tentativo di consolidare un’influenza strategica su una delle arterie più sensibili del pianeta.
Gli Emirati, sostenuti da un fronte eterogeneo di partner occidentali e asiatici, hanno risposto con un piano di cooperazione multilaterale che punta a garantire la libertà di navigazione e la trasparenza dei flussi energetici. Le autorità di Abu Dhabi hanno sottolineato che “la sicurezza marittima è un bene globale”, e che ogni controllo unilaterale rischia di alterare i mercati e scoraggiare gli investimenti. Il Regno Unito e la Francia hanno rafforzato la presenza navale nelle acque internazionali, mentre il Giappone e la Cina — pur mantenendo un profilo diplomatico più prudente — hanno espresso interesse per un coordinamento tecnico che eviti interruzioni nei rifornimenti. Il Kuwait e il Qatar, più esposti alle dinamiche del Golfo, hanno chiesto un equilibrio tra sicurezza e apertura commerciale.
Oltre al petrolio, anche il turismo marittimo e le rotte crocieristiche stanno subendo gli effetti del nuovo scenario: compagnie internazionali stanno valutando deviazioni temporanee, mentre i porti di Dubai e Doha cercano di rassicurare gli operatori.





