Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa torna al centro della tempesta politica per il cosiddetto Phala Phala scandal, l’affaire dei dollari nascosti nei divani della sua tenuta privata. Le opposizioni, insieme a una parte crescente dell’opinione pubblica, chiedono le sue dimissioni sostenendo che il caso rappresenti un grave vulnus alla credibilità dello Stato.
L’inchiesta, ancora in corso, ruota attorno alla scoperta di una somma ingente in valuta estera trovata nel 2020 nella residenza presidenziale di Phala Phala, denaro che secondo Ramaphosa sarebbe legato alla vendita di animali di allevamento. Gli investigatori, però, stanno cercando di chiarire perché la cifra non sia stata dichiarata e perché il furto subito nella proprietà non sia stato denunciato secondo le procedure previste.
Il presidente ha respinto ogni accusa, definendo la vicenda un tentativo politico di destabilizzare il Paese. Tuttavia, il rapporto preliminare di una commissione indipendente ha sollevato dubbi sulla gestione dell’episodio, alimentando le richieste di trasparenza. L’African National Congress, già indebolito da anni di scandali e calo di consenso, si trova ora diviso tra chi difende Ramaphosa come garante delle riforme anticorruzione e chi teme che il caso possa compromettere ulteriormente la fiducia degli elettori.
La pressione cresce anche sul piano internazionale: investitori e partner commerciali osservano con preoccupazione l’evolversi della situazione, in un momento in cui il Sudafrica affronta crisi energetiche, tensioni sociali e un’economia stagnante. Ramaphosa insiste sulla necessità di lasciar lavorare gli organi investigativi, ma l’opposizione sostiene che la sua permanenza al potere ostacoli proprio quel percorso di rinnovamento istituzionale che aveva promesso al suo arrivo alla presidenza. Il caso dei “soldi nei divani” è diventato così un simbolo della lotta per l’integrità dello Stato sudafricano.





