Giovedì sera, nel cuore dell’Australia, la tensione è esplosa in una cittadina dell’entroterra dove centinaia di persone hanno assaltato un ospedale chiedendo la consegna di Jefferson Lewis, accusato di aver ucciso una bambina di cinque anni. Le immagini diffuse mostrano auto della polizia incendiate, agenti colpiti da pietre e lacrimogeni rilanciati verso le forze dell’ordine.
Il commissario del Territorio del Nord, Martin Dole, ha parlato di “anarchia assoluta” ad Alice Springs, epicentro di una rabbia che ha travolto la comunità. Lewis, 47 anni, era stato arrestato poche ore prima, trovato privo di sensi dopo essere stato picchiato da una folla inferocita.
La vittima, conosciuta come Kumanjayi Little Baby secondo la tradizione Warlpiri, era scomparsa sabato; il suo corpo è stato ritrovato quattro giorni dopo lungo un fiume. L’uomo, con precedenti per violenza domestica, era stato rilasciato dal carcere appena sei giorni prima. La tragedia ha riacceso le tensioni storiche tra la polizia e le comunità indigene del Territorio del Nord, già segnate da accuse di razzismo sistemico. Gli anziani Warlpiri hanno lanciato appelli alla calma, ricordando che “la vendetta non è nel nostro modo di fare”. Ma la ferita è profonda: la solidarietà nata durante le ricerche si è dissolta nel caos degli scontri. Il primo ministro Anthony Albanese ha espresso cordoglio alla famiglia, mentre il governo federale è sotto pressione per affrontare la violenza che colpisce in modo sproporzionato donne e bambini delle Prime Nazioni. In questa vicenda, la giustizia e la disperazione si sono intrecciate in un dramma che rivela quanto fragile resti l’equilibrio tra dolore, rabbia e fiducia nelle istituzioni.





