La Cina estenderà da venerdì la totale esenzione dai dazi doganali a quasi tutti i Paesi africani, con una sola eccezione: l’Eswatini, unico Stato del continente a mantenere relazioni diplomatiche con Taiwan. La misura, che porta a 53 i Paesi beneficiari fino al 30 aprile 2028, rappresenta l’espansione di una politica già avviata nel 2024 e presentata da Pechino come prova del suo ruolo di “prima grande economia” a offrire un accesso unilaterale a tariffa zero all’Africa. Gli analisti sottolineano che la mossa rafforza il soft power cinese, ma ricordano che le tariffe non sono il principale ostacolo per gli esportatori africani, che registrano un deficit commerciale crescente con la Cina: nel 2023 ha raggiunto i 102 miliardi di dollari, in aumento del 65%.
Le esportazioni africane restano dominate da materie prime — petrolio, minerali, metalli — mentre Pechino esporta prodotti manifatturieri a valore aggiunto. Secondo diversi esperti, l’impatto immediato sarà modesto e concentrato nei Paesi con capacità industriali più sviluppate, come Sudafrica e Marocco. Tuttavia, nel lungo periodo l’accesso preferenziale potrebbe favorire la diversificazione produttiva, soprattutto nei settori agricoli in crescita: caffè, frutta secca, avocado, tè e noci di macadamia sono indicati come comparti con margini di espansione.
Resta però irrisolto il nodo strutturale: molti Paesi africani continuano a esportare beni non lavorati e a importare prodotti finiti, alimentando squilibri che limitano entrate fiscali e occupazione. Per alcuni economisti, l’esenzione dai dazi rischia persino di accentuare questa dipendenza se non accompagnata da politiche industriali e investimenti infrastrutturali. L’esclusione dell’Eswatini è interpretata come un segnale politico più che economico.





