L’Europa si scopre divisa proprio nel momento in cui il costo dell’energia torna a salire e la pressione geopolitica si fa più intensa. A Nicosia ieri il confronto tra i leader all’interno del Consiglio informale non ha prodotto una sintesi, ma anzi ha fotografato uno scontro ormai strutturale: da una parte chi chiede margini per intervenire subito su imprese e famiglie, dall’altra chi continua a difendere rigidamente l’impianto delle regole fiscali. Il punto di frizione è evidente. Italia e Spagna hanno insistito sulla necessità di maggiore flessibilità, mentre il fronte dei Paesi più rigoristi, con la Germania in prima linea, ha alzato il muro. In mezzo la Commissione ha provato a tenere insieme esigenze divergenti senza modificare davvero l’architettura esistente.

Il contesto, intanto, si complica. La crisi nello Stretto di Hormuz resta sullo sfondo come variabile decisiva: se il passaggio si blocca, l’impatto sui prezzi energetici sarebbe immediato. Il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha richiamato alla libertà di navigazione e al diritto internazionale, ma la diplomazia procede più lentamente dei mercati, che già incorporano il rischio.
Obiettivi di lungo periodo
Sul tavolo dei Ventisette la proposta della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen punta a contenere l’impatto immediato senza perdere di vista gli obiettivi di lungo periodo. Tra le misure: maggiore flessibilità negli aiuti di Stato, rafforzamento delle infrastrutture energetiche e diversificazione delle forniture.

Un doppio binario tipicamente europeo: interventi per l’oggi e pianificazione per il domani. Ma Bruxelles ha escluso per ora una sospensione delle regole fiscali. Il Patto di stabilità, è statoribadito, non può essere sospeso perché non ci sono le condizioni di grave recessione necessarie per attivare le clausole di salvaguardia. Il tema è stato rinviato all’Ecofin di maggio, mentre la Commissione prepara un piano per l’elettrificazione atteso entro l’estate.
Allo stesso tempo Bruxelles prova a spostare l’attenzione sulle risorse già disponibili. Tra NextGenerationEU, fondi di coesione e strumenti per la modernizzazione, sono stati messi sul tavolo circa 300 miliardi di euro per investimenti energetici, di cui 95 miliardi non ancora utilizzati. Prima di aprire nuovi spazi fiscali, il messaggio è chiaro: usare ciò che c’è.
Ma il peso della crisi è già visibile nei conti. Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente e delle tensioni sulle rotte energetiche, la spesa europea per i combustibili fossili importati è aumentata di oltre 25 miliardi di euro. Un dato che rafforza la linea della Commissione: accelerare su rinnovabili, elettrificazione e fonti interne non è solo una scelta ambientale, ma una necessità strategica.
Roma non ci sta
Roma non ci sta a un’applicazione rigida delle regole. Giorgia Meloni ha insistito sulla necessità di evitare squilibri interni: allentare le norme sugli aiuti di Stato può avere senso, ma solo se non crea un vantaggio competitivo per i Paesi con più spazio fiscale. Il rischio, secondo Palazzo Chigi, è quello di un mercato unico sempre più sbilanciato. Nel rapporto con Berlino la linea resta cauta. La posizione tedesca “è nota”, ha spiegato Meloni, ma la difficoltà del momento è chiara anche ai partner del Nord. C’è, almeno nelle intenzioni, una disponibilità a trovare un punto di equilibrio.

Equilibrio che però appare lontano. Il Cancelliere Friedrich Merz ha chiuso a un aumento significativo del bilancio europeo e, soprattutto, ha escluso nuovi strumenti di debito comune. La linea è quella tradizionale: rigore nei conti, tagli trasversali alla spesa, priorità a competitività e difesa. Anche sul fronte delle nuove risorse, Berlino ha frenato, respingendo l’ipotesi di una maggiore tassazione delle grandi imprese.
Blocco nefasto
Sul fondo resta l’energia. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, un blocco prolungato di Hormuz toglierebbe dal mercato quasi il 20% del gas naturale liquefatto globale. Un colpo che si farebbe sentire subito, ma che rischia di lasciare effetti anche negli anni successivi, rallentando nuovi progetti e comprimendo l’offerta. Il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha evocato un’immagine che dice più di molte analisi: l’Europa resta dipendente dalle rotte energetiche come le civiltà antiche lo erano da quelle del grano. Cambiano i traffici, non la vulnerabilità.
Anche S&P Global Ratings mette in guardia: l’impatto dei rincari si sta già facendo sentire e, se consolidato, rischia di riflettersi su crescita, investimenti e consumi. Le economie più industrializzate, come Italia e Germania, restano le più esposte.





