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Condizioni tese nello stretto di Hormuz
Immagine generata da AI: Condizioni tese nello stretto di Hormuz

La pace incerta e le strettoie strategiche

sabato, 25 Aprile 2026
3 minuti di lettura

Nel lessico della geopolitica, esistono luoghi che non sono semplicemente spazi geografici, ma dispositivi di potere. Gli stretti marittimi – Stretto di Hormuz, Canale di Suez fino allo stretto di Malacca– rappresentano nodi vitali attraverso cui si misura la capacità di una potenza di proiettare influenza, garantire sicurezza e costruire legittimità internazionale. È in questo quadro che va letto l’annuncio iraniano relativo all’apertura di Hormuz, un gesto che, al di là della dimensione operativa, assume un valore eminentemente politico.

Per gli Stati Uniti, tale apertura può configurarsi come un’occasione per riorientare la narrazione strategica e approdare a una forma di “pace onorevole”. Non si tratta tanto di una vittoria militare, quanto della possibilità di evitare una sconfitta percepita, che nel sistema internazionale pesa quanto gli esiti materiali. Non a caso, la crisi ha già inciso sulla credibilità americana proprio in relazione al controllo degli snodi marittimi globali .

Il punto cruciale per gli USA, infatti, resta il controllo degli stretti. Per una potenza talassocratica come gli Stati Uniti, la libertà di navigazione è una condizione esistenziale. L’ipotesi di subire un controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz rappresenta una linea rossa difficilmente negoziabile. Non sorprende, dunque, che durante la presidenza di Donald Trump la gestione della crisi si sia mossa tra ambiguità e rigidità: evitare il collasso della deterrenza senza arrivare a uno scontro totale.

Il paradosso è evidente. Da un lato, l’Iran ha costruito la propria leva negoziale sulla capacità di condizionare i flussi energetici globali – arrivando, nelle fasi più acute, a bloccare o limitare drasticamente il traffico nello stretto . Dall’altro, offrendo aperture alternative e segnali di de-escalation, Teheran quindi costruisce una via d’uscita politica per Washington.

Washington ha reagito all’annuncio iraniano di riapertura dello stretto ribadendo la permanenza del proprio dispositivo di interdizione navale. In risposta, Teheran ha prontamente riattivato il proprio blocco, subordinandone la revoca alla cessazione di quello statunitense. Si configura così una dinamica di contro-interdizione, in cui il “blocco del blocco” assume una valenza prevalentemente politico-strategica più che operativa.

La posizione confermata da Trump evidenzia come tale dispositivo, al momento più formale che sostanziale, vada interpretato come un atto di riaffermazione della sovranità funzionale sugli stretti marittimi. In termini geopolitici, emerge con chiarezza la correlazione strutturale tra lo status di potenza egemone e il controllo dei commons marittimi: la capacità di governare i flussi commerciali globali si esercita infatti attraverso il presidio degli choke points e la funzione di garanzia — o di interdizione — delle principali rotte strategiche.

In questa prospettiva, gli Stati Uniti non possono realisticamente rinunciare a tale dimensione senza compromettere il proprio primato sistemico: l’abbandono, anche solo parziale, della funzione di controllo e sicurezza dei mari equivarrebbe a una cessione di egemonia, aprendo spazi a potenze revisioniste e accelerando la transizione verso un ordine internazionale più frammentato e competitivo.

In questo quadro si inserisce un elemento decisivo e spesso sottovalutato: il ruolo europeo. L’Unione Europea si prepara infatti a garantire la sicurezza della navigazione attraverso missioni di scorta “puramente difensive”, da attivare nella fase successiva al conflitto . Questo passaggio è strategicamente cruciale.

La scorta europea al naviglio commerciale, concordata – almeno implicitamente – con Iran e Stati Uniti, svolgerà una funzione di riequilibrio narrativo: consente a Washington di continuare a garantire l’ordine marittimo senza esporsi direttamente. In altri termini, gli Stati Uniti delegano una parte della funzione di sicurezza ai propri alleati, mantenendo però intatto il principio della loro leadership.

Si tratta di una dinamica tipica delle fasi di transizione egemonica: la potenza dominante non arretra formalmente, ma redistribuisce operativamente il proprio ruolo. L’Europa, che non è mai stata parte diretta del conflitto, diventa così uno strumento di stabilizzazione “neutrale”, capace di rendere accettabile un compromesso che altrimenti apparirebbe come una concessione unilaterale americana.

In questo senso, la missione europea non è solo un’operazione di sicurezza marittima, ma un dispositivo politico:

– Legittima la riapertura delle rotte;
– Riduce la visibilità del compromesso USA-Iran;
– Preserva la gerarchia simbolica dell’ordine occidentale.
Resta naturalmente aperta una molteplicità di questioni: dal dossier nucleare alle dinamiche regionali, fino al ruolo di attori come Cina e Russia, tutti interessati alla stabilità di Hormuz. Ma il punto di fondo è già chiaro: l’ unico elemento non negoziabile dell’ intera vicenda è stato rimosso, anche se in modo non pienamente convincente. Il ritorno dell’ iniziativa sulla navigabilità dello stretto di Hormuz in capo agli Stati Uniti

In definitiva, se vi sarà pace, questa non avrà che si profila non sarà un ordine stabile, ma una tregua strutturata. Una pace costruita su tre livelli:

– Equilibrio strategico (nessuna delle parti cede sul principio fondamentale);
– Compensazione narrativa (Suez come via d’uscita simbolica);
– Delega operativa (Europa come garante “terzo”).
Una “pace incerta”, dunque, ma non priva di razionalità. Perché, ancora una volta, la geopolitica dimostra che gli equilibri più duraturi non nascono dalla vittoria, ma dalla capacità di rendere accettabile il compromesso.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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