
Il Libro “L’intelligenza artificiale per il futuro dell’Italia” di Giuseppe Di Franco, CEO del Gruppo Lutech, non è il solito saggio astratto, quanto piuttosto un invito a prendere parte al cambiamento e a non mancare un appuntamento con la storia e l’ineludibile progresso tecnologico già avviato dall’Intelligenza Artificiale. Innovazione, competenze e trasformazione digitale sono oggi le leve decisive per rafforzare la competitività del Paese e costruire una nuova stagione di crescita sostenibile per l’Europa. In questo scenario, l’Intelligenza Artificiale rappresenta un’opportunità concreta per accelerare lo sviluppo del sistema produttivo nazionale, in linea con le migliori esperienze europee. Il saggio nasce dalla convinzione netta che l’Italia abbia tutte le risorse per costruire una nuova traiettoria di crescita e che l’AI rappresenti un potente acceleratore di sviluppo e competitività, a condizione che venga adottata con visione strategica, responsabilità e concretezza operativa.
Ingegnere Di Franco, cosa si ripropone esattamenteil suo libro?
Il libro vuole uscire dal mero ambito speculativo che in Italia accompagna il dibattito sull’Intelligenza Artificiale. Si basa su un punto focale: partendo da concreti esempi specifici vuole rendere chiaro, settore per settore, area di interesse per area di interesse, quanto l’ArtificialIntelligence possa cambiare i sistemi produttivi,consentendone lo sviluppo.
E secondo lei qual è il futuro dell’Intelligenza Artificiale in Italia, considerato che noi saliamo su questo treno con un ritardo pesante? Penso, ad esempio, alla Cina che ci fa giocare i bambini all’asilo da vent’anni e noi ai nostri bambini a mala pena gli facciamo fare del coding con cubetti di legno….
Effettivamente esiste un ritardo storico, come giustamente ricordava lei. È un tema che ha appesantito il sistema economico nazionale con una mancata crescita di produttività che si trascina da dieci anni. Siamo forse il Paese che lo ha avuto di più in Europa, senza arrivare al confronto cinese e americano.
Il minore aumento della produttività del lavoro in Italia ha determinato anche degli impatti sociali importanti,perché l’impresa per competere ha ridotto alcuni costi di produzione, primi fra tutti il costo del lavoro, con la conseguente riduzione netta dei salari negli ultimi 10 anni. Questa mancanza di capacità di portare produttività al lavoro e il ritardo nella digitalizzazionedelle imprese ha radici profonde, mentre è proprio su queste radici che si va a innescare il processo di grande trasformazione dell’Intelligenza Artificiale, che ha come presupposto l’avere i dati e aver digitalizzato l’impresa o la Pubblica Amministrazione per poter affrontare le attuali sfide. Si sono create direi due criticità: un potenziale ritardo del sistema paese e il non aver affrontato in maniera adeguata, rispetto agli altri player europei e internazionali, la digitalizzazione che oggi è ilpresupposto per l’utilizzo dell’AI.
Resta il fatto che l’AI costa e che il nostro tessuto imprenditoriale, costituito per lo più da piccole e medie imprese, forse non se la può permettere. E’ un onere che dovrebbe assumersi l’Europa?
Io credo che l’elemento del costo sia un po’ sopravvalutato, mentre ciò che ha frenato l’adozione del digitale e dell’Artificial Intelligence siano state le competenze delle persone e di chi guida le imprese e le Istituzioni. Questo ha effettivamente rallentato il sistema paese, non tanto i soldi. I soldi sono stati anche tanti,perché dal PNRR sono arrivati, da parte del sistema europeo, potenziali investimenti proprio nel digitale fra i 50 e i 60 miliardi, la cui distribuzione, però, non ha consentito la creazione di asset effettivi che dessero un input corretto all’aumento della produttività delle imprese e della Pubblica Amministrazione.
In altre parole non abbiamo investito in digitalizzazione negli ultimi dieci anni in maniera analoga ad altre economie evolute e, quindi, oggi il sistema paese sconta questo gap. È chiaro che l’Intelligenza Artificiale può costituire proprio quella leva attraverso la quale chiudere questi gap di competenze se usata per potenziare formazione, reskilling e modernizzazione dei sistemi educativi. Abbiamo opposto per circa un paio d’anni un po’ di resistenza addirittura ad accettare la filosofia che sta alla base dell’AI, nascondendoci dietro discorsi filosofici, sociali, etici di qualunque tipo, tutto tranne che economici e produttivi. Ecco, questo ritardo va a aggiungersi ad altri ritardi. Però penso che l’AI stessa ci possa portare un aiuto nel momento in cui siamo capaci di inserirla nei processi di formazione e di crescita delle competenze, nella scuola, ma anche nell’impresa.
Però, porsi il problema dell’etica è stato importante. L’Unione europea, con l’AI Act, è stata la prima e unica a porselo seriamente e oggi sembrerebbe sia un problema non da poco e urgente. Non è d’accordo?
Si, l’etica deve entrare, ma non può essere l’unico argomento. Invece gli aspetti etici e giuridici hanno rappresentato l’unico sostanziale tema di dibattito e di ragionamento sia europeo che nazionale. L’AI, i cui rischi non vanno evidentemente sottaciuti, rappresenta un percorso evolutivo ineluttabile del sistema economico mondiale. Il non adottarlo non tutela, anzi aggrava una situazione, determina arretratezza, perdita di competitività, riduzione dei salari. Insomma, una situazione sociale ed economica che il sistema paese non può assolutamente permettersi.
Alla luce di questi fatti qual è la sua previsione per il nostro Paese?
L’Italia avrà un futuro su questo tema se riuscirà a faremassa critica a livello di sistema nazionale. Non è sufficiente compiacersi delle eccellenze italiane, bisogna metterle in condizione di essere competitive e di mantenere questa competitività nel tempo. Quindi è importante saper intervenire, individuare quelli che sono i punti di debolezza del sistema a fronte dell’evoluzione tecnologica che c’è stata e supportare il sistema del Made in Italy e della Pubblica Amministrazione. Fare questo in un’Italia che non è parte di un sistema europeo di investimenti è semplicemente impossibile.
Mi spiega meglio cosa intende per supportare il sistema imprenditoriale?
Occorre supportare le imprese nella costruzione di questi percorsi, partendo, come dicevo, dalle competenze, perché credo che il primo elemento che sia venuto a mancare siano state proprio le competenzeprima ancora del denaro. E’ un passaggio fondamentale di costruzione di un sistema nazionale, aggiungoeuropeo – e sottolineo europeo -, che possa consentire di avere visione, avere capacità di investimento e sfruttare una massa critica, che necessariamente deve essere utilizzata per poter ottenere dei risultati economicamente rilevanti.
Supportarle economicamente o sul piano normativo?
Ritorno ancora una volta sulle competenze, partendo dalla scuola, dalla formazione dei manager, dall’università, creando un sistema di know hownazionale, aprendosi al contempo a un confronto internazionale. Occorre saper scegliere, selezionare e implementare soluzioni che effettivamente siano trasformative e portare nel mondo imprenditoriale il know-how per poter affrontare questi percorsi di cambiamento.
Come spiegherebbe agli italiani che l’Intelligenza Artificiale è uno strumento che non sostituisce l’essere umano, la creatività, l’ingegnosità, la conoscenza, lo spirito critico, il controllo delle fonti?
Siamo oggi di fronte a una grande evoluzione del sistema, come quella cui abbiamo assistito nelle rivoluzioni industriali del passato, con i percorsi trasformativi che ha affrontato fino ad oggi l’umanità. Io credo che ora il rischio maggiore sia il non agire di fronte a questo grande cambiamento, il pensare che la macchina nata dai cavalli non avrà successo e continuare a compiacersi di quanto siano belli i nostri cavalli. Credo che oggi dobbiamo pensare che, a fronte di un grande cambio della tecnologia, le persone debbano non rifiutare, ma domandarsi cosa fare per poter abbracciare il cambiamento che,indipendentemente dalle opinioni, impatterà significativamente sul sistema economico nazionale.





