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Immagine generata da AI: Vaticano e Casa Bianca

Democrazie, regimi autocratici e ricerca di un nuovo ordine: politica, crisi e funzione della Chiesa nel mondo contemporaneo.

giovedì, 16 Aprile 2026
7 minuti di lettura

Il duro attacco di Trump alla Chiesa negli ultimi giorni crea dei grossi interrogativi e disorientamento anche tra gli alleati occidentali storici più fedeli e leali come l’Italia. Sembra quasi che il Presidente americano, preso atto del torpore dell’occidente anche di fronte ad attacchi economici, politici e culturali da parte di regimi autocratici e fondamentalismi religiosi, stia colpevolmente mettendo in essere una reazione istintiva, impulsiva, e imprudente che rischia di mettere fuori gioco gli Stati Uniti anche tra i suoi stessi alleati storici.

Insomma, nella smania di portare gli Stati Uniti a potenza mondiale egemone e mettere in primo piano gli interessi nazionali rispetto ad impegni internazionali, alleanze o politiche regionali, il Presidente americano si sta isolando a livello internazionale, eccezion fatta nei rapporti con Israele. Sembra dunque che il motto “America first”, che ha portato il Presidente americano ad essere osannato ed eletto dal suo popolo, si stia spostando dal piano interno “prima l’interesse dei cittadini americani”, al piano internazionale “l’America prima su tutti”.

La fine di un ordine e la transizione in corso.

Dopo il 1991, con la fine della Guerra fredda, gli Stati Uniti hanno guidato un sistema globale fondato su globalizzazione economica, apertura dei mercati, tentativo di diffusione del modello democratico che – ricordiamolo- è difficile da imporre perché va elaborato all’interno di una collettività e conquistato “dal basso”, non affermato per imposizione altrui. Ottenere un sistema democratico dall’alto – da un punto di vista puramente teorico-potrebbe apparire “una contraddizione in termini”, anche se nella prassi sappiamo che la consapevolezza e maturazione della società ad evolvere verso quella forma, va agevolata anche aiutando le società a prendere consapevolezza dei vantaggi che il sistema offre. Tra le varie definizioni di democrazia -a questo punto- ci piace citare il pragmatico e inglese aforisma attribuito a “Winston Churchill” che definiva il sistema democratico “non perfetto” ma il “meno peggiore” di tutti gli altri.

Negli ultimi anni questo assetto è entrato in crisi per l’ascesa della Cina, il ruolo assertivo della Russia, il ritorno dei conflitti tra Stati, la frammentazione della globalizzazione. Non siamo in un nuovo ordine consolidato, ma in una fase di transizione instabile con gli equilibri tra i rapporti internazionali politici, economici, tecnologici e strategici in via di formazione. Di qui l’incertezza del diritto internazionale e la soluzione delle controversie internazionali attraverso le guerre che, dalla fine della seconda guerra mondiale fino al crollo del muro di Berlino, venivano tenute sotto controllo dalle due grandi potenze egemoni utilizzando massicciamente diplomazia politica ed intelligence.

Democrazie e regimi autocratici: il nuovo confronto

Il sistema internazionale si polarizza lungo una linea non perfettamente ideologica ma strutturale, siamo di fronte ad una eterogenea presenza di potenze che hanno politiche democratiche, centralizzate, autoritarie, autocratiche. Rispetto alla democrazia le altre forme di potere presentano, a prima vista, maggiore continuità politica per la minore dipendenza dal consenso e per la capacità decisionale più rapida. Il confronto attuale non è dunque tra “bene e male”, ma tra due modelli, uno fondato su libertà, pluralismo e consenso, l’altro su controllo, stabilità e rapidità decisionale. Il problema storico diventa la capacità delle democrazie di reggere nel tempo la competizione con queste altre forme politiche.

Fragilità e forza delle democrazie

Le democrazie garantiscono diritti e welfare, permettono alternanza politica, sono esposte a conflitti interni e lentezze decisionali. Il loro vero vantaggio è strutturale perché possono correggersi nel tempo lentamente, a differenza di sistemi più rigidi come quelli autocratici, dove il cambiamento avviene senza opposizione e l’alternanza al potere costituito è più difficile,rischiosa e a volte addirittuara violenta.

Il “ciclone Trump”: destabilizzazione e risveglio.

Il confronto internazionale si gioca oggi su energia, materie prime, intelligenza artificiale, tecnologia e spazio. Le guerre e le tensioni attuali sono anche il frutto di una lotta per la ridefinizione della distribuzione del potere globale. La leadership di Donald Trump ha messo in discussione equilibri consolidati, adottato una linea aggressiva e divisiva, ridefinito i rapporti internazionali. Il fenomeno può essere letto in modo più articolato perché se da un lato destabilizza e rischia di delegittimare l’Occidente dall’altro produce un effetto di risveglio dal torpore nel quale le democrazie soprattutto europee operavano, senza che considerassero l’aggressività dei fondamentalismi religiosi e la politica divisiva e opportunistica dei regimi autocratici. Questi, nel lesinare la libertà e le risorse per far arricchire e prosperare i loro popoli, erano prodighi di finanziamenti ed investimenti in occidente e in Europa, nel tentativo di considerarla una propria zona di influenza geopolitica.

Le democrazie occidentali, infatti, negli anni precedenti avevano mostrato segni di disunione negli obiettivi strategici, sottovalutazione dei regimi autocratici, permeabilità economica e politica a influenze esterne. In questo senso il “trauma Trump” ha interrotto “l’anestesia” in maniera obiettivamente molto traumatica e sorprendente anche per gli stessi alleati. Ma, nelle democrazie, il potere è temporaneo: altri attori che gli potrebbero succedere, pur prendendo coscienza del “risveglio imposto” da Trump, potranno trovare rimedi politici meno cruenti per negoziare ed affermare il valore dell’Occidente, se del caso in una competizione tra pari a confronto dei diversi sistemi politici. La reversibilità delle scelte politiche è il vero vantaggio competitivo delle democrazie, basate più sulla lungimiranza degli obiettivi che sul carisma di uomini.

La Chiesa: da attore religioso a riferimento universale

Come sappiamo bene, alle intemperanze di Trump non è sfuggita nemmeno la pacifica e millenaria Chiesa cattolica che con Leone XIII sviluppò una dottrina sociale che mediava tra capitalismo e socialismo per creare le premesse in cui non vi fosse unasmisurata crescita della ricchezza a favore di pochi ma che questa potesse essere distribuita su tutta la società. Il problema della distribuzione equa della ricchezza è in realtà un problema costante nella storia che ha visto utilizzare vari approcci per realizzarlo. Nessuno veramente definitivo comunque.

Oggi, con Leone XIV, pur essendo diverso il contesto rispetto alla società industriale in cui visse il suo predecessore, siamo di fronte a sfide come laglobalizzazione tecnologica, la crisi dei sistemi politici el’insorgenza di tensioni internazionali con il dominio dell’informatica. La Chiesa può svolgere una funzione particolare,non come un attore di potenza, ma un attore di orientamento morale e universale. Il suo ruolo è quello di promuovere dialogo, difendere diritti umani, proporre un modello inclusivo e non conflittuale. In questo senso, essa anticipa un’esigenza fondamentale del sistema globale e cioè la costruzione di un ordine basato non solo sulla forza, ma su principi condivisi.

La Chiesa anche come “sistema politico” nel mondo attuale

La Chiesa può essere letta non solo come realtà religiosa, ma anche come una struttura politico-istituzionale unica in quanto ha una tradizione e continuità storica millenaria, avendo dimostrato capacità di adattamento senza perdere identità. Soprattutto, la Chiesa rappresenta un’istituzione che ha come centro la tutela dell’uomo nelle sue debolezze, difendendo poveri, malati, minori, emarginati e meno abbienti che, in un modo competitivo e basato su logiche di efficienza e di profitto, rischierebbero di soccombere non sussistendo tutele giuridiche, etiche e materiali necessarie. La dottrina della Chiesa si offre anche a chi non è credente in quantopur essendo aconfessionali e laici, si può riconoscere validità e sostegno ai valori proposti dalla Chiesa. In questo senso, la dottrina politica della Chiesa è sempre non fanatica, non aggressiva, orientata all’inclusione ed al dialogo, promuovendopace, rispetto universale dei diritti, equilibrio tra potere e dignità umana.

Italia e Chiesa: un rapporto strutturale

Italia e Chiesa condividono storia, cultura, istituzioni e questo rapporto può essere letto oggi come una risorsa anche pragmaticadi sostegno ideologico e politico per la nostra Patria. Bene ha agito la nostra straordinaria premier ad aver preso posizioni politiche decise – come raramente si sono viste in passato- nei riguardi della critica del Presidente americano al Papa. La sua reazione politica – ancora una volta, come raramente è accaduto- ha riscosso il plauso unanime da parte di tutto il parlamento – maggioranza ed opposizione – a significare la trasversalità e la necessità dell’osmosi tra la Chiesa e tutto l’arco politico italiano. Ciò rassicura tutti i cittadini anche in caso di alternanze al potere.

Il nodo centrale: la Chiesa a difesa delle democrazie

Il vero confronto storico e la sfida che le democrazie debbono attualmente affrontare sembra sia la resistenza a pulsioni autocratiche, autoritarie e alla sottomissione geopolitica ad attori più potenti. Il confronto deve avvenire nell’ambito del rispetto delle regole democratiche, attraverso capacità di adattamento, pluralismo, alternanza, autocorrezione. Il mondo contemporaneo è in una fase di trasformazione profonda perché il vecchio ordine è finito, il nuovo non è ancora definito, la competizione tra modelli è aperta. I regimi autocratici appaiono più stabili ma meno adattabili e più inclini alla compressione dei diritti dei popoli. Accanto a questo confronto, emerge un livello più profondo, quello dei valori e dei principi universali e qui la Chiesa cattolica si propone come interprete anticipatrice, riferimento etico-politico, promotrice di un ordine più umano.

Conseguenze resilienti del “ciclone Trump”: unire l’Europa

L’apparente confusione genera un uso più disinvolto della forza da parte di tutti gli attori geopolitici, autocratici e non. Ciò deve farci riflettere e far compiere inesorabilmente il passo decisivo per formare un’Europa veramente unita che si ponga come interlocutore unico nei riguardi di potenze consolidate o emergenti della nuova geopolitica. Auspichiamo che la nostra premier si prodighi “degasperianamente” verso il rafforzamento dell’Europaper affermare la necessità di difendere e coltivare una cultura condivisa tra i popoli europei che rafforzi il nostro benessere, la nostra democrazia, il nostro “welfare state”, che crei economie di scala nei servizi e nell’economia facendoci diventare attori protagonisti in ambito multipolare. Ci sarà molto da fare soprattutto nelle relazioni con Francia e Germania, ma ci sono premesse dettate da necessità indifferibili perché tutto si realizzi.

I popoli europei, uniti tra loro, hanno i requisiti, le energie e l’autorevolezza per essere interlocutori unici, democratici e fieri della propria storia, anche al confronto di potenze che – con maggiore o minore intensità – impongano l’uso della forza e della costrizione nei rapporti internazionali ed economici. In questa scelta di politica estera auspichiamo che la nostra leader sia appoggiata anche dall’opposizione senza calcoli o tecnicismi politici e miopia pre-elettorale. Le differenze ed i dibattiti in quell’ambito potranno svolgersi nel merito su altri temi.

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