Nel 2026 il terziario italiano rischia di trovarsi senza fino a 275mila lavoratori. Una carenza destinata ad aggravarsi negli anni, fino a raggiungere quota 470mila entro il 2035. È quanto emerge dalla ricerca realizzata da Confcommercio insieme alla Università degli Studi Roma Tre su competenze, innovazione e fabbisogni del terziario. Il problema riguarda soprattutto i servizi e il turismo, che già oggi concentrano oltre 200mila posti vacanti. Secondo lo studio, nel 2026 i due comparti arriveranno da soli a oltre 202mila posizioni scoperte, quasi tre quarti del totale.
Il settore dei servizi supererà quota 110mila lavoratori mancanti, mentre il turismo si fermerà intorno a 92mila. Più contenuta, ma comunque significativa, la carenza prevista nel commercio, nella logistica e nella grande distribuzione organizzata.
La tendenza
La difficoltà a reperire personale non è un fenomeno improvviso, ma una tendenza che negli ultimi anni si è aggravata in modo costante. Le posizioni rimaste scoperte erano 93mila nel 2020, salite a 143mila nel 2021, 205mila nel 2022, 243mila nel 2023, 255mila nel 2024 e 260mila nel 2025.
Secondo il modello predittivo elaborato da Confcommercio, la crescita della carenza proseguirà con un ritmo medio vicino al 6 per cento annuo, fino a sfiorare le 460-470mila posizioni entro il 2035.
La distribuzione della crisi, però, non sarà uniforme. Proprio i comparti più esposti alla trasformazione dei consumi e dei modelli di servizio saranno quelli destinati a registrare gli aumenti più forti.
Competenze
Entro il 2035 il turismo vedrà crescere la carenza di personale del 73,4 per cento, seguito dai servizi (+69,9%), dalla logistica (+66,5%), dal commercio (+63,7%) e dalla grande distribuzione organizzata (+54,3%). Secondo la ricerca, nei prossimi anni il problema non sarà soltanto trovare lavoratori, ma trovare lavoratori con le competenze richieste.
Oggi il 70 per cento delle posizioni vacanti dipende dalla mancanza di candidati, mentre il 30 per cento è legato all’assenza di competenze adeguate. Ma entro dieci anni il peso del cosiddetto ‘mismatch’ formativo salirà fino a quasi il 45 per cento.
Diplomati e laureati
Il disallineamento tra competenze richieste dalle imprese e quelle disponibili riguarderà soprattutto diplomati e laureati. Per le lauree triennali e magistrali il mismatch potrebbe superare il 90 per cento.
Diversa la situazione degli Its, che secondo lo studio si confermano il canale formativo più vicino alle esigenze delle imprese. Per gli istituti tecnologici superiori il divario tra domanda e offerta di competenze dovrebbe restare compreso tra il 23 e il 25 per cento.
Accanto alla carenza di personale cresce anche la fragilità del lavoro. Nei primi sei mesi del 2026 le cessazioni dei rapporti di lavoro sono aumentate di oltre 70mila unità, con una crescita del 45 per cento. Nello stesso periodo aumentano anche le dimissioni volontarie (+65%) e i mancati rientri al lavoro, passati dal 22,8 al 26,9 per cento.
Fattori strutturali
Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’obsolescenza delle competenze, che secondo Confcommercio potrebbe ridurre la produttività fino al 15 per cento. Alla base della carenza di lavoratori ci sono fattori strutturali: il calo demografico, l’invecchiamento della popolazione, la trasformazione del lavoro e l’accelerazione tecnologica. Per recuperare i lavoratori mancanti, lo studio individua alcuni bacini prioritari: giovani, donne, lavoratori stranieri, senior e apprendistato.
Tra le proposte indicate da Confcommercio figurano il rafforzamento degli Itss, una revisione dei percorsi universitari per renderli più coerenti con il mercato, il potenziamento dell’orientamento e una collaborazione più stretta tra scuola e imprese.
Aziende
La ricerca suggerisce di ripensare i ruoli, investire nel capitale umano, integrare l’intelligenza artificiale, sviluppare programmi di formazione continua e utilizzare certificazioni flessibili per contrastare il rapido invecchiamento delle competenze. Infine, per gli esperti servono politiche pubbliche di lungo periodo, capaci di accompagnare la trasformazione del lavoro e sostenere la crescita del terziario.





