Crisi internazionali, guerre e shock energetici pesano sul quadro economico globale, ma per Confcommercio la realtà è più scomoda: il rallentamento della crescita italiana non nasce fuori dai confini nazionali, bensì da fragilità strutturali che si trascinano da decenni.
Forum su crescita e crisi
È questo il messaggio centrale dell’analisi “La scommessa della crescita per superare la crisi”, presentata dall’Ufficio Studi di Confcommercio in apertura, a Roma, della venticinquesima edizione del Forum “I protagonisti del mercato e gli scenari per gli anni 2000”.
Consumi in discesa
Il conflitto in Medio Oriente e la conseguente impennata dei prezzi energetici hanno certamente aumentato l’incertezza e interrotto una fase congiunturale favorevole, caratterizzata da inflazione contenuta all’1,5%, crescita di consumi e Pil e livelli occupazionali elevati. Tuttavia, gli effetti rischiano di essere pesanti: nello scenario peggiore, i consumi potrebbero ridursi fino a 963 euro per famiglia nel biennio 2026-2027, con ricadute su crescita e lavoro.
Perdita di slancio dell’economia
Anche il Pil potrebbe subire un brusco rallentamento, fermandosi allo 0,3% nel 2026 e allo 0,4% nel 2027. Ma il punto, sottolinea Confcommercio, è un altro: la perdita di slancio dell’economia italiana è un fenomeno di lungo periodo. Dopo il boom economico, la crescita è progressivamente diminuita: dal +4,7% medio tra il 1966 e il 1980 si è passati all’1,8% tra il 1981 e il 2007, fino ad arrivare alla sostanziale stagnazione degli ultimi vent’anni. Parallelamente, la pressione fiscale è salita dal 25,3% al 42,2%, comprimendo investimenti e sviluppo.
Rischio stagnazione
Senza interventi strutturali su fisco, mercato del lavoro, competenze e qualità della contrattazione, il rischio è quello di un nuovo decennio di stagnazione, con effetti duraturi su crescita, occupazione e coesione sociale.
L’Italia paese di Fiscocrazia
Tra le cause principali, l’Ufficio Studi individua la cosiddetta “fiscocrazia”: un eccesso di tasse e burocrazia che frena l’innovazione e riduce la propensione al rischio imprenditoriale. A questo si aggiungono tre fattori critici: minore capitale per occupato, contrazione dell’offerta di lavoro e calo delle competenze.
Nove milioni di giovani in meno
Il nodo demografico pesa in modo significativo: rispetto agli anni ’80, l’Italia ha perso circa 9 milioni di giovani under 30, con effetti diretti sulla capacità produttiva. Una possibile leva per contrastare il declino è rappresentata dall’aumento della partecipazione femminile al lavoro: il raggiungimento della media europea potrebbe portare circa 290mila occupate in più ogni anno nel prossimo decennio.
Meno competenza
Accanto alla quantità, resta centrale la qualità del lavoro. Le competenze crescono, ma a un ritmo inferiore rispetto alla domanda delle imprese, mentre l’obsolescenza professionale riduce produttività e capacità di adattamento del sistema economico. In questo contesto, il terziario di mercato si conferma il principale motore dell’economia italiana: tra il 1995 e il 2025 ha generato quasi quattro milioni di posti di lavoro, a fronte di un calo registrato da industria e pubblica amministrazione. Il modello competitivo del Paese si fonda sempre più sull’integrazione tra beni e servizi, il cosiddetto “Sense of Italy”, che rappresenta uno dei principali fattori di attrazione sui mercati internazionali.
No al dumbing contrattuale
Questo sistema, tuttavia, è indebolito da distorsioni interne come il dumping contrattuale nel terziario: circa 154mila lavoratori risultano impiegati con contratti meno tutelanti, con perdite fino a 8mila euro annui, assenza di welfare e effetti negativi su concorrenza e produttività. Il fenomeno ha anche un impatto sulla finanza pubblica, con un minor gettito contributivo e fiscale stimato in circa 560 milioni di euro nel 2025.





