Il cessate il fuoco pasquale tra Russia e Ucraina si è concluso dopo 32 ore nella notte tra domenica e lunedì senza risultati concreti, accompagnato da accuse incrociate di violazioni su larga scala. I numeri forniti dalle due parti restano profondamente divergenti. Secondo lo Stato maggiore ucraino, Mosca avrebbe violato il cessate il fuoco fino a 10.721 volte, con migliaia di attacchi tra artiglieria, droni e azioni d’assalto. Il ministero della Difesa russo ha invece denunciato 1.971 violazioni da parte ucraina. Kiev ha parlato di 98 droni lanciati nella notte precedente la fine della tregua, di cui 87 abbattuti, mentre Mosca ha riferito di aver intercettato 33 droni ucraini sul proprio territorio. Sul piano militare, gli scontri non si sono mai realmente fermati.
Le autorità filorusse nella regione di Zaporizhzhia hanno segnalato un morto e cinque feriti attribuiti ad attacchi ucraini, mentre Kiev ha indicato un’intensa attività russa lungo tutta la linea del fronte, pur senza l’uso di missili o droni a lungo raggio durante la finestra della tregua. In questo contesto, l’unico risultato concreto della breve pausa è stato uno scambio di prigionieri tra le due parti, con circa 175 detenuti restituiti per ciascun lato, uno dei pochi segnali di cooperazione registrati nelle ultime settimane. Nel frattempo, il Cremlino ha ribadito la propria linea negoziale. Il portavoce Dmitry Peskov ha dichiarato che la Russia intende raggiungere i propri obiettivi “nel contesto ucraino” e che “sarebbe preferibile farlo attraverso mezzi politici e diplomatici”, ma ha avvertito che “finché questi negoziati non daranno risultati concreti, proseguirà l’operazione militare speciale”.
Ungheria, nuovo equilibrio
Sul fronte politico europeo, le elezioni in Ungheria hanno aperto un nuovo scenario. Mosca ha reagito con cautela: “L’Ungheria ha fatto la sua scelta. Noi rispettiamo questa scelta”, ha detto Peskov, aggiungendo che il voto difficilmente influenzerà direttamente il conflitto. Molto più esplicito il nuovo premier ungherese Péter Magyar, che ha definito la Russia “un rischio per la sicurezza” e ha invitato l’Europa a “proteggersi e difendersi”. Pur riconoscendo Kiev come “la vittima di questo conflitto”, Magyar ha escluso un ingresso accelerato dell’Ucraina nell’Unione europea, definendolo “totalmente assurdo” finché il Paese è in guerra. Ha inoltre precisato che non chiamerà Vladimir Putin, ma che “alzerà la cornetta” se sarà il presidente russo a farsi vivo, chiedendogli di “fermare cortesemente il massacro”. La posizione di Budapest resta centrale anche per i dossier europei su Kiev, dal nuovo pacchetto di aiuti finanziari alle sanzioni contro Mosca, su cui l’Ungheria ha più volte rallentato o condizionato le decisioni comuni. Kiev, dal canto suo, prova a sfruttare il cambio politico a Budapest per riaprire il dialogo. Il ministro degli Esteri Andriy Sybiha ha parlato di “nuove opportunità” per una “nuova pagina di buon vicinato”, annunciando di aver già trasmesso segnali per un possibile contatto tra Volodymyr Zelensky e Magyar. Parallelamente, l’Ucraina ha revocato la raccomandazione ai propri cittadini di non recarsi in Ungheria, introdotta il mese scorso dopo tensioni diplomatiche.
Kallas denuncia il crollo del diritto internazionale
Il contesto resta però segnato da forti divisioni in Europa. L’alto rappresentante Ue Kaja Kallas ha denunciato davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu “la più grave violazione e il crollo del diritto internazionale dalla Seconda guerra mondiale”, indicando nella guerra in Ucraina uno dei principali fattori di destabilizzazione globale. Mosca ha replicato duramente per voce della portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, secondo cui “l’Ue sta pagando un prezzo estremamente alto per la stupidità e per il tradimento degli interessi europei da parte della burocrazia di Bruxelles”.
Energia, gas russo e Iran
A complicare ulteriormente il quadro internazionale si aggiunge il dossier iraniano. La Russia ha confermato di aver evacuato quasi tutto il proprio personale dalla centrale nucleare di Bushehr, lasciando sul posto solo una ventina di tecnici. Sul piano energetico, il dibattito resta aperto anche all’interno dell’Europa. L’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi ha invitato a “sospendere” il bando sulle importazioni di gas russo previsto dal 2027, sottolineando la necessità di garantire la sicurezza energetica e ricordando che “al momento ci sono carichi russi la cui vendita è stata autorizzata dagli Stati Uniti”.






