La tregua tra Stati Uniti e Iran regge formalmente, ma sul terreno diplomatico e militare la situazione si sta deteriorando rapidamente. Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, Washington ha alzato il livello dello scontro annunciando il blocco navale dei porti iraniani, mentre Teheran risponde con minacce sull’energia e accuse di “pirateria”.
Il presidente americano Donald Trump ha liquidato la prospettiva di nuovi negoziati: “Non mi importa se tornano o no al tavolo. Se non tornano, per me va bene”, sostenendo comunque che “la tregua sta reggendo bene”. Parole che arrivano mentre gli Stati Uniti si preparano a una mossa concreta: il blocco delle navi dirette verso i porti iraniani è scattato oggi alle 16 ora italiana.
Blocco navale e Stretto di Hormuz
Secondo il Pentagono, la misura potrebbe impedire l’immissione sul mercato di circa due milioni di barili di petrolio iraniano al giorno, riducendo ulteriormente l’offerta globale. L’impatto si è già visto sui mercati: il Wti ha superato i 104 dollari al barile, mentre il Brent ha oltrepassato i 102.
Nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico mondiale, la situazione è tornata critica. Dopo un parziale recupero nel fine settimana, il traffico marittimo risulta di nuovo bloccato e alcune petroliere hanno invertito la rotta. Le forze statunitensi hanno avviato operazioni di sminamento, con navi da guerra tornate a operare nell’area.
Teheran definisce il blocco “illegale” e lo considera un “atto di pirateria”, avvertendo che nessun porto del Golfo sarà al sicuro se la misura verrà mantenuta.
Teheran: “Eravamo a un passo dall’accordo”
Dal lato iraniano, la linea è opposta. Il presidente Masoud Pezeshkian sostiene che un’intesa fosse vicina: “Eravamo a un passo da un accordo”. Ma pone una condizione politica netta: “Se gli Stati Uniti mostrano rispetto, troveremo un accordo”.
Ancora più esplicito il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha reagito al blocco con un avvertimento diretto: “Godetevi gli attuali prezzi alla pompa. Presto rimpiangerete i 4-5 dollari al gallone”.
Sul piano diplomatico, il Pakistan prova a tenere aperto uno spiraglio. Il premier ha definito i colloqui “in stallo, ma non falliti”, segnalando che nessuna delle parti vuole assumersi la responsabilità di una rottura definitiva.
Pressioni internazionali e mercati
Le reazioni internazionali sono immediate. Il Cremlino, attraverso il portavoce Dmitry Peskov, ha avvertito che un blocco dello stretto avrebbe “ripercussioni negative sui mercati globali”, sottolineando le incertezze sulla portata reale della misura.
La Turchia chiede un ritorno allo status quo. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha ribadito che lo Stretto di Hormuz è “una zona internazionale di libero passaggio” e ha messo in guardia dal rischio di uno stallo sul dossier nucleare se il confronto si riducesse a una logica “tutto o niente”. Secondo Ankara, nonostante le tensioni, entrambe le parti restano “sincere” nel mantenere il cessate il fuoco.
Anche la Cina insiste sulla libertà di navigazione e respinge le accuse di forniture militari a Teheran, definite “calunnie infondate”. Pechino invita tutte le parti alla moderazione e lega la sicurezza dello stretto alla fine delle ostilità.
Il Regno Unito, secondo la BBC, non parteciperà al blocco americano, pur continuando a sostenere la libertà di navigazione nell’area.
Tajani a Beirut
In questo contesto si inserisce la missione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, arrivato a Beirut per una serie di incontri istituzionali. “Sosteniamo il dialogo fra Stati Uniti e Iran”, ha dichiarato, auspicando la ripresa dei colloqui “il prima possibile” per evitare un’escalation.
La visita punta a rafforzare il sostegno italiano al Libano e favorire un cessate il fuoco regionale, mentre sul terreno la violenza continua. Nel sud del Paese, raid israeliani hanno causato almeno quattro morti, tra cui una bambina, secondo fonti locali.






