Quante volte vi è capitato di ritrovarvi a parlare con qualcuno e improvvisamente sentire il bisogno di raccontargli le vostre esperienze e i vostri ricordi o ancora di “scrollare” sui social e sentire la necessità di mostrare, attraverso un post, una storia o un video, cosa vi piace, come vi sentite o quello che state passando?
Tali bisogni possono collegarsi al processo di costruzione del proprio Io, un meccanismo complesso che fin da bambini si mette in moto e continua a svilupparsi per tutta la vita, anche quando si è anziani. D’altronde gli umani sono naturalmente portati al cambiamento, è raro nascere e morire nello stesso modo.
Raccontarsi per capirsi
E così non importa quanti anni si abbiano, si cercherà sempre di lavorare sulla propria identità, aggiungendo tasselli e togliendone altri. In questo processo l’essere umano tende a costruire la propria identità anche attraverso la testimonianza di ciò che si è e di ciò che si fa. Dai social network alle chiacchiere con gli amici, raccontiamo continuamente chi siamo, cosa ci è successo e quali sono le nostre esperienze pregresse che ci hanno trasformato nella persona che siamo oggi.
A volte ci si racconta per condividere gioie o dolori, altre volte si cerca comprensione e riconoscimento. Il comune denominatore, però, rimane lo stesso. Dietro questa abitudine si nasconde il bisogno psicologico di costruire un significato personale a partire dalle esperienze della propria vita. Perché raccontarsi è anche un modo per provare a comprendere chi siamo davvero.
L’identità narrativa
Lo psicologo Dan P. McAdams, tra i principali studiosi della branca della psicologia che si occupa della personalità, ha elaborato il concetto di identità narrativa per descrivere il fenomeno sopracitato. Secondo McAdams, l’identità narrativa è la storia personale e interiore, in continua evoluzione, che collega il nostro presente al futuro che immaginiamo per noi stessi. Questo perché non siamo soltanto la somma di caratteristiche, abitudini o ruoli che ricopriamo nella sfera privata e professionale.
Una parte significativa della nostra identità deriva dal significato che attribuiamo alle esperienze vissute, che diventano parte di ciò che siamo anche attraverso il modo in cui le interpretiamo e decidiamo di inserirle all’interno della nostra storia. Va, però, tenuto presente che la memoria influenza la natura dell’esperienza passata; infatti, rievocare un evento non è un processo completamente affidabile, perché tendiamo a ricostruire i ricordi attraverso le informazioni che conserviamo ancora, le emozioni del momento e il significato che oggi attribuiamo a quell’avvenimento. Non stiamo inventando il nostro passato da zero, ma lo stiamo ricordando attraverso la consapevolezza del presente, a cambiare è la prospettiva con cui si osserva un evento. In questi casi, raccontare le proprie esperienze aiuta a organizzarle, analizzarle e a comprendere ciò che prima non era possibile cogliere o categorizzare.
La dimensione relazionale
Potrebbe sembrare che questo basti a spiegare perché sentiamo il bisogno di raccontarci e di aggiungere tasselli alla costruzione della nostra identità, ma in realtà c’è dell’altro. Parlare di sé possiede una dimensione relazionale. Ci raccontiamo agli altri perché l’identità è influenzata anche dai rapporti che abitano la nostra vita e perché, quando troviamo un contesto di ascolto non giudicante, possiamo sentirci compresi e sostenuti. Una conversazione può essere un punto di partenza per affrontare i propri sentimenti, comprendere come reagiamo a essi e riflettere sulle possibilità di miglioramento e di crescita personale.
Quando parliamo della narrazione come risorsa per dare un senso alla propria identità è bene non dare per scontato che l’unico modo per capire chi siamo davvero sia il racconto che facciamo di noi stessi agli altri. L’identità è un processo delicato e personale che può sicuramente essere favorito dal confronto con gli altri, ma non può basarsi solo su questo presupposto. La narrazione, infatti, può diventare una gabbia in cui decidiamo di imprigionarci volontariamente. Un determinato episodio o sentimento del passato non dovrebbe diventare la didascalia definitiva di chi siamo e della vita che conduciamo. Sarebbe riduttivo e sbagliato. Diversi studi sull’identità narrativa suggeriscono che, in alcuni casi, le difficoltà psicologiche possano associarsi a racconti di sé più rigidi, negativi e poco aderenti alla complessità delle proprie esperienze. Per vivere in maniera più sana, quando ci si racconta è necessario distinguere i fatti dalle interpretazioni.
In un mondo in cui siamo costantemente esposti allo sguardo altrui, rivelarsi con le parole, e non lasciare che a farlo siano solo le immagini, aiuta a fare ordine tra le proprie esperienze e ad accettare che, in quanto esseri umani, siamo perennemente esposti al cambiamento.





