Perché la sicurezza della Russia dovrebbe valere più del diritto dei suoi vicini a essere indipendenti? La domanda precede ogni trattativa sull’Ucraina. La sicurezza di una potenza non può fondarsi sulla subordinazione degli altri. Nel 1991 l’Unione Sovietica si dissolse in quindici Stati indipendenti. Restarono legami familiari, economici e culturali, ma cessò lo Stato unitario. Quell’eredità non attribuisce a Mosca un diritto perpetuo sui territori e sui popoli che ne facevano parte. Guerre e interventi non cominciano con l’Ucraina, né con Putin: alcune premesse risalgono a Boris Eltsin.
I precedenti storici
In Moldova, nel conflitto della Transnistria del 1992, uomini e armamenti della XIV Armata contribuirono alla vittoria separatista. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato il ruolo russo nella creazione e nel sostegno del regime separatista. Una parte del territorio moldavo rimase sottratta al governo centrale.
Seguirono le guerre cecene: nel 1994-1996 sotto Eltsin e dal 1999 con Putin alla guida del governo. La Cecenia era una repubblica interna alla Federazione Russa, non uno Stato indipendente riconosciuto. Il conflitto comprendeva separatismo, radicalizzazione e terrorismo. Nulla giustificava però bombardamenti indiscriminati, torture e violenze contro i civili. Grozny devastata testimonia quella riconquista.
In Georgia, il coinvolgimento russo nei conflitti separatisti degli anni Novanta precedette la guerra del 2008, dalla dinamica complessa. Seguirono il riconoscimento russo dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud e il consolidamento della presenza militare di Mosca. In Ucraina arrivarono l’annessione illegale della Crimea nel 2014, il sostegno armato ai separatisti del Donbas e l’invasione su vasta scala del febbraio 2022.
Diversa la Bielorussia: nessuna conquista mediante una guerra russa, ma un regime, quello di Lukashenko, alleato e dipendente da Mosca. La repressione impedisce di confonderne le decisioni con la volontà dei cittadini. Chi soffoca il dissenso non può esibire il silenzio come consenso.
L’influenza del Cremlino
Non tutti gli interventi seguono lo stesso schema: nella guerra civile tagika Mosca sostenne le autorità governative in un conflitto interno. Distinguere questi casi rafforza la domanda politica: quanto spazio riconosce il Cremlino alla libertà altrui quando contrasta con i suoi obiettivi?
Il condizionamento non passa soltanto dalle armi. Durante la guerra fredda, le «misure attive» sovietiche comprendevano propaganda, disinformazione, falsificazioni, agenti d’influenza e sostegni occulti. Servivano a orientare decisioni, dividere alleanze e amplificare tensioni esistenti. Non occorreva creare il disagio: bastava sfruttarlo. Questo non rendeva ogni protesta una manovra sovietica, né dimostra oggi una regia russa dietro ogni dissenso. Le attribuzioni richiedono prove; conoscere il metodo aiuta a riconoscere il rischio.
Non tutti quei popoli vogliono le stesse cose: proprio per questo devono poter scegliere. La vicinanza alla Russia è legittima quando è libera; diventa dominio quando non è consentito scegliere diversamente. E il popolo russo non coincide con il Cremlino: contrastare l’aggressione non significa coltivare ostilità verso i russi.
La sfida diplomatica
Su questa distinzione fra rispetto e acquiescenza si misura anche la politica americana di Trump alle prese con le elezioni di metà mandato. Parlare con Putin è necessario; attribuirgli il potere di decidere il futuro dei vicini sarebbe ben altro. Riconoscerlo come interlocutore non può legittimare le conquiste ottenute con la forza, con l’ingerenza e con il ricatto (energetico e nucleare). Se la Russia si sentisse europea geograficamente e culturalmente, dovrebbe presentarsi all’unione e partecipare all’ordine europeo rispettando le stesse regole degli altri, senza un chiaro intento di dominio geopolitico. Non è giusto per l’Europa e per il mondo accettare di soccombere a chi vuole imporre la propria egemonia rivendicando prerogative e poteri imperiali incompatibili con la sovranità dei vicini.
A Monaco, nel 1938, Regno Unito e Francia, insieme alla Germania nazista e all’Italia fascista, accettarono la cessione dei Sudeti. La Cecoslovacchia era esclusa dal negoziato. Si sperava che soddisfare Hitler ne esaurisse le pretese. Nel marzo 1939 l’occupazione tedesca della Boemia e della Moravia smentì quella speranza.
La storia non si ripete meccanicamente e non ogni compromesso equivale a una resa. Ma se l’aggressione procura territori e riconoscimento politico, rafforza la convinzione che la forza paghi. Imporre all’Ucraina cessioni ulteriori rispetto ai territori occupati significherebbe concedere alla Russia una vittoria a tavolino: ottenere attraverso la pressione diplomatica ciò che non ha conquistato militarmente.
Prospettive di pace
È questo il chiarimento da chiedere a Donald Trump. Cercare una soluzione negoziale è legittimo. Ma quali obblighi verificabili assume Mosca? Quali garanzie proteggono l’Ucraina? Quale ruolo spetta agli europei? Sacrificare la sua sicurezza comprometterebbe anche la fiducia nell’alleanza atlantica.
Il rischio nucleare impone prudenza, dialogo e controllo dell’escalation, ma fino a dove possono spingersi le pretese russe, e quali limiti devono avere le concessioni occidentali? L’Europa, come abbiamo detto, è di fronte a scelte decisive: «o unirsi o rassegnarsi all’irrilevanza ed alla sottomissione». Essa deve costruire capacità militari, industriali e diplomatiche che rendano indispensabile la sua partecipazione. Non basta temere l’abbandono americano: occorre rendere credibile la propria capacità di agire.
La pace richiede un negoziato realistico, fondato sulla consapevolezza che in un compromesso nessuno ottiene il cento per cento e nessuna delle parti deve essere umiliata. La Russia — ridimensionata a potenza locale dopo quella che a tutti gli effetti è stata una vittoria di Pirro — ha bisogno della Crimea, terra dalla forte tradizione russa e fondamentale sbocco sul Mar Mediterraneo, insieme a quel corridoio territoriale del Donbass che la colleghi e che rappresentava il vero obiettivo strategico del conflitto. Lasciarle quanto si è guadagnata a caro prezzo evita l’umiliazione di una grande nazione ed esclude la resa totale, salvandone il decoro strategico e senza incoraggiare un’egemonia imperiale globale che non le compete più.
Dall’altra parte, cosa ottiene Kiev? Dal momento della firma, l’Ucraina entra a pieno titolo a far parte dell’Europa e della NATO, acquisendo la possibilità di difendere strenuamente e stabilmente il proprio futuro. Questa è la pace duratura ideale: qualche rinuncia territoriale inevitabile a favore di Mosca, ma la certezza assoluta per l’Ucraina di poter scegliere il proprio destino, protetta dall’Alleanza Atlantica e libera dai veti russi. La minaccia nucleare non può diventare uno strumento di ricatto permanente; nessuno intende usarla, e la Russia non lo farà se non viene spinta all’angolo.
Agli americani di Trump andrebbe ricordato che i popoli usciti dall’Unione Sovietica non sono territori in attesa di restituzione. Una pace sproporzionata, imposta con la prepotenza e che dimenticasse il valore della libertà difesa a caro prezzo dai popoli aggrediti, restaurerebbe, sotto un altro nome, credibilità alla logica di un impero sconfitto dalla storia.





