Non sarà soltanto un viaggio di cerimonie e strette di mano. Re Carlo III arriva nei Caraibi mentre dalla regione si alza con sempre maggiore forza una richiesta rivolta alla Gran Bretagna: fare i conti con il proprio passato coloniale, chiedere formalmente scusa per il ruolo avuto nella tratta degli schiavi e aprire il confronto sulle riparazioni.
Il sovrano e la regina Camilla visiteranno Bahamas e Guyana prima di raggiungere Antigua e Barbuda per il vertice dei capi di governo del Commonwealth. Alle Bahamas il ritorno di Carlo III assume un significato particolare. Il Paese, indipendente dal 1973, continua infatti a riconoscere il monarca britannico come capo dello Stato. Ma il dibattito sull’eredità della Corona è ormai molto diverso da quello di mezzo secolo fa: nella regione crescono le richieste di maggiore autonomia e di un riconoscimento concreto delle conseguenze lasciate dalla schiavitù e dal colonialismo.
La questione accompagnerà il sovrano anche in Guyana, altra ex colonia britannica, dove alle rivendicazioni sulle riparazioni si affiancano quelle delle comunità indigene sui diritti territoriali. Il presidente Irfaan Ali sarà tra gli interlocutori del re durante la tappa sudamericana. Sul tavolo c’è soprattutto la distanza fra le parole pronunciate finora dalla monarchia e ciò che chiedono i governi caraibici.
Carlo III ha già espresso profondo dolore per la schiavitù, ma Buckingham Palace ha chiarito che durante il viaggio non presenterà scuse formali, in linea con la posizione del governo britannico, contrario anche al pagamento di risarcimenti finanziari. Il tema è destinato così ad arrivare fino al vertice del Commonwealth di Antigua e Barbuda. La Caricom ha già chiesto che le riparazioni entrino nell’agenda dell’incontro, mentre la segretaria generale del Commonwealth Shirley Botchwey ha sostenuto la necessità di discuterne, anche attraverso forme diverse dal denaro, come la restituzione di beni e reperti. E sullo sfondo resta la Giamaica, esclusa dall’itinerario reale e impegnata nel percorso verso la repubblica. È il segnale di una regione in trasformazione, nella quale il fascino della Corona lascia sempre più spazio a una domanda politica molto più scomoda: “quale rapporto può sopravvivere con Londra senza prima chiudere i conti con la storia?”





