Dopo quasi sei mesi di paralisi istituzionale, la Romania ha finalmente un nuovo governo. Il Parlamento di Bucarest ha accordato la fiducia a Luca Niculescu, diplomatico indipendente ed ex vice ministro degli Esteri, mettendo fine a una lunga fase di incertezza politica che aveva alimentato le preoccupazioni degli investitori e aumentato la pressione sui conti pubblici del Paese.
La nomina rappresenta una vittoria per il presidente centrista Nicusor Dan, che è riuscito al quarto tentativo a formare un esecutivo dopo il crollo della precedente coalizione filo-europea avvenuto nella primavera scorsa. Niculescu ha ottenuto una larga maggioranza parlamentare grazie al sostegno di una compagine eterogenea formata da socialdemocratici, tecnocrati e forze moderate.
Il voto consente alla Romania, membro dell’Unione Europea e della NATO, di uscire da una fase di instabilità che aveva rallentato l’attività legislativa e complicato la gestione delle questioni economiche più urgenti. Tuttavia, la fiducia ottenuta in Parlamento è soltanto il primo passo di un percorso che si annuncia particolarmente complesso. Il nuovo premier eredita infatti un’economia in difficoltà, alle prese con crescita debole, finanze pubbliche sotto pressione e uno dei deficit di bilancio più elevati dell’Unione Europea.
Bucarest si è impegnata con Bruxelles a ridurre progressivamente il disavanzo pubblico fino a riportarlo sotto il 3% del prodotto interno lordo entro la fine del decennio, ma il percorso richiederà misure potenzialmente impopolari. Tra le priorità del governo figurano la definizione di una nuova legge di bilancio, il contenimento della spesa pubblica e il rilancio dell’attività economica.
Sul tavolo vi sono anche richieste sociali rilevanti, come l’aumento delle pensioni rimaste sostanzialmente ferme negli ultimi anni e la revisione di alcune imposte contestate dal mondo produttivo. Gli analisti ritengono che la vera prova per Niculescu arriverà entro la fine dell’anno, quando il governo dovrà presentare un piano credibile di consolidamento fiscale. Un eventuale fallimento potrebbe compromettere ulteriormente la fiducia dei mercati e alimentare il rischio di un declassamento del rating sovrano, un elemento che renderebbe più costoso il finanziamento del debito pubblico.





