La carta vietnamita di Bruxelles
Il Vietnam entra nei piani europei per ridurre la dipendenza dalla Cina nelle materie prime critiche. L’obiettivo è garantire all’industria continentale forniture più stabili per la transizione energetica, l’elettronica, le tecnologie avanzate e la difesa. In un contesto di crescente competizione geopolitica, Bruxelles guarda ad Hanoi per diversificare gli approvvigionamenti. La direzione emerge da documenti UE visionati da Reuters e pubblicati il 14 ottobre. I rapporti raccomandano di rafforzare la cooperazione con il Vietnam e sostenere la sua industria mineraria e di trasformazione, ampliando l’accesso europeo a tungsteno, bismuto, antimonio e titanio, oltre che alle terre rare. Il Vietnam dispone di riserve significative, ma le esportazioni verso l’Unione riguardano soprattutto tungsteno e antimonio, impiegati anche nella difesa, nella produzione di munizioni ed esplosivi. Il tungsteno è inoltre importante per numerose lavorazioni industriali ed elettroniche. Il problema non è soltanto la disponibilità dei minerali, ma la loro trasformazione. La Cina domina diversi segmenti della raffinazione e della lavorazione, rendendo difficile sostituire le forniture in caso di restrizioni commerciali o tensioni diplomatiche. Questa concentrazione spinge l’Europa a cercare nuovi partner.
La sfida è costruire una filiera
La strategia europea va oltre l’aumento degli acquisti: punta a sostenere estrazione e trasformazione attraverso strumenti finanziari e assistenza tecnica. L’obiettivo è assicurarsi risorse e continuità delle forniture lungo la filiera. Il caso del tungsteno mostra l’intensità della competizione: il complesso minerario e industriale vietnamita riconducibile a Masan High-Tech Materials è un fornitore importante per l’Europa, soprattutto per la Germania. Secondo Reuters, nel 2025 è fallito un piano per acquisire una quota di maggioranza dell’attività vietnamita di tungsteno di Masan High-Tech Materials. Due fonti hanno attribuito l’operazione alla società australiana EQ Resources. I documenti europei segnalavano possibili rischi per le forniture all’Unione. La partita si gioca anche sulla capacità di trasformare le risorse in materiali pronti per l’industria europea. La posta in gioco riguarda anche la continuità delle consegne: ritardi amministrativi e rincari possono ridurre i flussi disponibili proprio quando cresce la domanda industriale. Per questo Bruxelles deve affiancare agli accordi commerciali investimenti di lungo periodo e strumenti capaci di rendere più prevedibili prezzi e forniture. Per l’Unione il rischio è duplice: restare dipendente dalla Cina oppure trovare alternative già assicurate da concorrenti più rapidi. Servono quindi accordi commerciali, investimenti e capacità produttive effettive. Il Vietnam presenta criticità. Regole, trasferimenti tecnologici e complessità degli investimenti minerari richiedono una cooperazione di lungo periodo. Hanoi punta a sviluppare la trasformazione locale e a trattenere una quota maggiore del valore delle proprie risorse. Gli accordi dovranno perciò garantire benefici reciproci, competenze, tecnologia e occupazione, oltre a forniture affidabili per l’Europa. Resta il nodo diplomatico. Il Vietnam non figura ancora tra i partner strategici dell’Unione per le materie prime minerarie. I rapporti commerciali beneficiano dell’accordo di libero scambio in vigore dal 2020, ma rimane aperta la ratifica dell’accordo di protezione degli investimenti firmato nel 2019. La prevista visita a Bruxelles del leader vietnamita To Lam, indicata da fonti citate da Reuters per il 22 ottobre ma non ancora annunciata ufficialmente al 14 ottobre, potrebbe favorire nuovi passi avanti.
Dalla diversificazione all’autonomia industriale
La cooperazione con Hanoi si inserisce in una strategia europea più ampia. Il 9 ottobre la Commissione ha selezionato 46 nuovi progetti strategici sulle materie prime critiche in 16 Stati membri. Il CriticalRaw Materials Act punta entro il 2030 a coprire almeno il 10% del consumo annuo attraverso l’estrazione europea, il 40% attraverso la lavorazione e il 25% attraverso il riciclo. Le due direttrici sono complementari: le partnership internazionali garantiscono risorse insufficienti in Europa, mentre gli investimenti interni rafforzano il controllo sulle filiere. Il riciclo permette inoltre di recuperare materiali dai prodotti a fine vita e ridurre il fabbisogno di nuove importazioni. Per l’Italia la questione investe la competitività manifatturiera. Anche le piccole e medie imprese dipendono da materie prime disponibili a costi prevedibili. Interruzioni e rincari possono compromettere gli investimenti e la capacità di competere. Una strategia europea coordinata può favorire accordi di lungo periodo, maggiore potere negoziale e nuove opportunità industriali. Anche Stati Uniti, Australia e Canada competono per le stesse risorse, mentre il Vietnam punta a rafforzare il proprio ruolo nelle filiere globali. Bruxelles dovrà muoversi rapidamente, senza dare per scontata la disponibilità dei partner né confondere l’accesso ai giacimenti con il controllo delle forniture. Il Vietnam può diventare un tassello importante della sicurezza economica europea, ma non è una soluzione isolata. Servono diplomazia, investimenti, competenze industriali e sviluppo tecnologico. Ridurre la dipendenza dalla Cina non significa sostituirla con una nuova dipendenza, bensì ampliare le alternative e rendere le filiere più resilienti. È dalla capacità di trasformare gli accordi in forniture stabili e investimenti produttivi che dipenderà una reale autonomia industriale europea.





