Il presidente del Pakistan ha proclamato lo stato d’emergenza nella provincia nordoccidentale di Khyber Pakhtunkhwa, sospendendo il governo locale guidato dal partito dell’ex primo ministro Imran Khan.
La decisione, adottata su richiesta del governo federale, rappresenta uno degli sviluppi politici più significativi degli ultimi anni nel Paese e arriva in un contesto segnato da crescenti tensioni sulla sicurezza e da una forte polarizzazione politica. Secondo le autorità di Islamabad, la misura si è resa necessaria a causa del deterioramento della situazione nella regione, dove negli ultimi mesi si è registrato un aumento degli attacchi attribuiti a gruppi militanti islamisti.
Con l’entrata in vigore dello stato d’emergenza, alcune competenze dell’amministrazione provinciale passano temporaneamente sotto il controllo del governo centrale. A guidare la provincia sarà un governatore affiancato da un consiglio consultivo, in un assetto che dovrebbe restare in vigore inizialmente per sei mesi. È previsto inoltre il dispiegamento di ulteriori forze di sicurezza per rafforzare il controllo del territorio.
Il governo federale sostiene che l’amministrazione locale non sia stata in grado di contrastare efficacemente la minaccia rappresentata dai gruppi armati. I vertici militari e politici di Islamabad accusano inoltre il partito di Imran Khan di aver mantenuto in passato posizioni troppo accomodanti nei confronti dei talebani afghani e delle organizzazioni a essi collegate. Il partito Pakistan Tehreek-e-Insaf, fondato da Khan, respinge però tutte le accuse.
La scelta arriva in un momento già delicato. Da giorni i sostenitori di Imran Khan stavano organizzando manifestazioni e mobilitazioni per chiedere la liberazione dell’ex premier, detenuto dal 2023 e coinvolto in una lunga serie di procedimenti giudiziari che lui continua a definire motivati politicamente. Il movimento aveva annunciato nuove proteste dirette verso la capitale Islamabad, aumentando la tensione tra governo e opposizione. Gli alleati di Khan definiscono lo stato d’emergenza un vero e proprio “colpo di mano” mascherato da necessità di sicurezza. A loro avviso la decisione rischia di aggravare ulteriormente la crisi politica.





