L’8 ottobre 2026 la Camera ha approvato in via definitiva lo Stabilicum, la riforma elettorale che introduce un sistema proporzionale con un premio di governabilità di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, attribuito alla stessa lista o coalizione vincitrice che raggiunga almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere.
Nel dibattito politico italiano, la legge elettorale viene spesso presentata come una contesa aritmetica fra schieramenti, un esercizio riservato agli addetti ai lavori per conquistare qualche seggio in più. È una lettura comprensibile, ma insufficiente. Le trasformazioni del contesto internazionale impongono di affrontare anche una questione più sostanziale: la capacità delle democrazie di decidere, attuare programmi e dare continuità alle proprie scelte.
In questa prospettiva, la proposta ribattezzata Stabilicum riguarda qualcosa che supera la convenienza dei singoli partiti. Governabilità e rappresentanza sono entrambe esigenze democratiche. Il problema è trovare un equilibrio che consenta agli elettori di scegliere e alle istituzioni di agire.
La continuità come esigenza strategica
La storia repubblicana italiana è stata segnata da frequenti successioni di governo. Questo non ha impedito importanti continuità politiche: la collocazione atlantica, l’integrazione europea e numerosi indirizzi dello Stato hanno attraversato esecutivi diversi. Sarebbe quindi inesatto identificare ogni crisi di governo con una completa interruzione dell’azione pubblica.
Resta però il costo dell’instabilità: riforme rinviate, programmi rinegoziati, responsabilità disperse e una crescente difficoltà a collegare le promesse elettorali ai risultati. Nel contesto contemporaneo questi limiti pesano particolarmente. Difesa, energia, infrastrutture, ricerca e sicurezza informatica richiedono investimenti e decisioni che producono effetti oltre l’orizzonte del consenso immediato.
Le democrazie devono inoltre confrontarsi con regimi autoritari che possono perseguire strategie prolungate senza sottoporsi alla verifica di elezioni libere e competitive. Ciò non rende le loro decisioni necessariamente più veloci ed efficaci rispetto allo scopo prefissato: tuttavia l’assenza di controlli può prolungare anche errori gravissimi, ma consente una continuità operativa con la quale le società democratiche devono misurarsi.
La risposta non può consistere nella rinuncia al pluralismo. Deve essere la capacità di governare attraverso il pluralismo, evitando che la mediazione si trasformi in paralisi.
La governabilità nella giurisprudenza costituzionale
Il richiamo alla Costituzione invocato dall’opposizione è indispensabile, ma deve riferirsi alle disposizioni concrete e ai precedenti della Consulta. Un premio di maggioranza non è, per il solo fatto di esistere, contrario ai principi democratici.
Con la sentenza n. 1 del 2014, la Corte costituzionale censurò il premio del Porcellum perché mancava una soglia minima di consenso: anche una maggioranza relativa molto esigua poteva ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, comprimendo in misura irragionevole la rappresentanza. La stabilità del governo e l’efficienza decisionale furono riconosciute come obiettivi legittimi, da bilanciare con gli altri principi costituzionali.
La sentenza n. 35 del 2017 offre un precedente ancora più pertinente. La Corte respinse le censure sul premio dell’Italicum attribuito alla lista che raggiungeva il 40% dei voti validi. Non giudicò illegittima neppure la combinazione fra capilista bloccati e preferenze. Censurò invece il ballottaggio nella configurazione prevista e la scelta discrezionale del collegio da parte dei capilista plurieletti.
Questi precedenti non certificano preventivamente una nuova legge, ma rendono debole la contestazione che identifica automaticamente premio di maggioranza e incostituzionalità. Chi sostiene l’illegittimità della riforma deve indicare quale disposizione violi quale principio, e attraverso quale effetto sproporzionato.
Le scelte dello Stabilicum
Il testo esaminato prevede un premio di 70 deputati e 35 senatori, attribuito soltanto se la stessa lista o coalizione arriva prima e raggiunge almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere. Prevede inoltre limiti ai seggi conseguibili attraverso il meccanismo premiale, supera il ballottaggio e combina capilista bloccati e preferenze, accanto a liste apposite per l’assegnazione del premio.
Sono elementi che recepiscono alcuni dei principali criteri emersi dalla giurisprudenza costituzionale: consenso minimo significativo, contenimento della sovra-rappresentazione e coordinamento degli esiti fra Camera e Senato. Esistono dunque argomenti giuridici seri a sostegno dell’impianto.
Occorre anche precisarne la portata. Se le condizioni previste non si verificano, il premio non viene assegnato in nessuna delle due Camere. E una maggioranza parlamentare, per quanto numericamente solida, può dividersi. La legge elettorale può favorire la stabilità; la coesione politica deve sostenerla.
Nessuna riforma, inoltre, assicura un vantaggio permanente a chi la propone. Consenso e alleanze cambiano: gli strumenti immaginati da una maggioranza possono essere utilizzati dagli avversari. La qualità delle regole va quindi giudicata anche considerando l’eventualità che a beneficiarne sia l’attuale opposizione.
Decidere e rispondere delle decisioni
Il rafforzamento della capacità di governo merita un confronto rigoroso. La preoccupazione per eventuali squilibri istituzionali è legittima; non basta però evocare una deriva autoritaria per dimostrare che essa discenda dalla riforma.
Una democrazia deve poter decidere e deve consentire ai cittadini di riconoscere chi risponde delle decisioni. Maggioranze chiare possono favorire entrambe le condizioni, rendendo più verificabile il rapporto fra programma, azione di governo e giudizio degli elettori.
La riforma elettorale non elimina il rapporto di fiducia con le Camere, il ruolo del Presidente della Repubblica o l’indipendenza della magistratura e della Corte costituzionale. Parlamento, opposizioni e organi di garanzia restano essenziali anche quando la maggioranza è forte. La sovranità popolare, del resto, si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Favorire governi capaci di operare per l’intera legislatura significa offrire condizioni migliori per realizzare un mandato politico, mantenendone pienamente la responsabilità democratica.
La stabilità è un interesse del Paese, quale che sia lo schieramento chiamato a governare. In un mondo attraversato da conflitti, pressioni economiche e competizione tecnologica, l’Italia ha bisogno di istituzioni rappresentative e capaci di agire. Valutare la riforma su questo terreno significa prendere sul serio la forza della democrazia: la sua capacità di scegliere, decidere e correggere le proprie scelte attraverso il voto.





