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I ponti di Kyiv nel mirino: la guerra di Putin contro la popolazione civile

sabato, 10 Ottobre 2026
4 minuti di lettura

Gli attacchi russi contro i ponti sul Dnipro a Kyiv segnano un ulteriore passaggio nella strategia del Cremlino. L’obiettivo non sembra limitarsi alle infrastrutture di collegamento: compromettere il funzionamento della capitale significa aggravare le condizioni di vita dei suoi abitanti e accrescere la pressione sul governo di Volodymyr Zelenskyy. Con l’inverno alle porte, Mosca punta sempre più a colpire la capacità di resistenza della società ucraina.

Gli attacchi strategici sul Dnipro

Tra il 1° e il 3 ottobre ripetuti attacchi con droni hanno interessato il Ponte Meridionale e quello Settentrionale, provocando danni e limitazioni alla circolazione. La scelta degli obiettivi non appare casuale. Il Dnipro divide Kyiv in due grandi aree urbane: oltre un terzo della popolazione vive sulla sponda orientale, mentre molte attività lavorative e amministrative si concentrano su quella occidentale. I ponti stradali, ferroviari e metropolitani sono indispensabili alla vita quotidiana. Comprometterli significa ostacolare spostamenti, servizi pubblici e distribuzione delle merci.

Per produrre questi effetti non occorre abbattere un ponte. Anche danni limitati, se ripetuti, possono imporre chiusure precauzionali, paralizzare il traffico e moltiplicare i disagi. Alla pressione economica si aggiunge quella psicologica: un’intera città viene costretta a convivere con l’incertezza. È la trasformazione della vulnerabilità delle infrastrutture in uno strumento di coercizione strategica.

La logica del logoramento

La logica è riconoscibile. Quando le operazioni terrestri non producono i risultati attesi, Mosca intensifica gli attacchi contro la popolazione civile. Nel Donbas le forze russe incontrano ancora una resistenza significativa. A Pokrovsk e Lyman i combattimenti restano intensi e le operazioni ucraine dimostrano che l’iniziativa di Mosca non è incontrastata. Il 27 settembre Zelenskyy ha riferito di oltre 10.600 militari russi uccisi o feriti in una settimana, dato indicativo dell’elevatissimo logoramento delle forze russe. Alimentare il dispositivo militare richiede reclutamenti continui, mentre una nuova mobilitazione generale potrebbe avere conseguenze politiche e sociali imprevedibili. Colpire le città consente al Cremlino di tentare di indebolire la resistenza nazionale pur senza una vittoria decisiva sul terreno.

Non è una novità nella storia militare russa. La devastazione di Grozny durante le guerre cecene e i bombardamenti su Aleppo, in Siria, testimoniano il ricorso alla sofferenza dei civili come strumento di pressione. Il generale Sergei Surovikin, soprannominato “il Macellaio” per la brutalità delle operazioni alle quali è stato associato, è uno dei simboli di questa concezione della guerra. Ma non si tratta dei metodi di un singolo comandante. Le violazioni documentate in Cecenia, Siria e in alcuni teatri africani dove ha operato il Gruppo Wagner mostrano una ricorrenza inquietante: violenza contro la popolazione come mezzo di intimidazione, controllo territoriale e coercizione politica.

Crimini di guerra e diritto internazionale

Quanto accade in Ucraina richiama le devastazioni della Seconda guerra mondiale, quando i bombardamenti sulle città miravano anche a fiaccare il morale dei civili. Proprio quell’esperienza contribuì al rafforzamento delle regole sulla condotta delle ostilità. Le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977 hanno consolidato un sistema di protezione che affonda le proprie radici anche nelle precedenti Convenzioni dell’Aia: neppure in guerra l’impiego della forza è illimitato.

Il diritto internazionale umanitario impone di distinguere tra combattenti e civili, obiettivi militari e beni di carattere civile. Vieta gli attacchi indiscriminati e sproporzionati e, come stabilisce espressamente l’articolo 51 del I Protocollo aggiuntivo, gli atti o le minacce di violenza il cui scopo principale sia diffondere il terrore tra la popolazione civile. Non sono semplici appelli morali, ma obblighi giuridici la cui violazione può comportare responsabilità penali individuali. Quando privare una comunità di energia, acqua, riscaldamento o assistenza sanitaria diventa un mezzo deliberato per piegarne la volontà, i civili non sono più vittime incidentali: diventano il bersaglio della strategia militare.

Gli attacchi intenzionali contro i civili costituiscono crimini di guerra. Se determinati atti sono commessi consapevolmente nell’ambito di un attacco esteso o sistematico contro una popolazione civile, possono configurare anche crimini contro l’umanità. Non è un’ipotesi astratta: la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Ucraina ha concluso che specifiche campagne russe di attacchi sistematici con droni contro i civili nelle regioni meridionali del Paese costituiscono crimini contro l’umanità. La ripetizione degli episodi, la scelta degli obiettivi e le modalità operative impongono quindi una valutazione d’insieme, non limitata a ogni singolo bombardamento.

L’assuefazione al conflitto

C’è poi un pericolo meno evidente: l’assuefazione. Dopo anni di distruzioni e massacri, un missile contro un palazzo residenziale o un drone che uccide passanti rischiano di diventare notizie destinate a scomparire rapidamente dal ciclo dell’informazione. Le stragi di Kramatorsk, dove sono stati colpiti due mezzi del trasporto pubblico, e di Pryluky, dove un missile ha devastato un edificio residenziale uccidendo anche dei bambini, dimostrano quanto sia pericoloso considerare simili atrocità una conseguenza inevitabile della guerra. La protezione dei civili non è una concessione umanitaria dell’aggressore: è un obbligo imposto dal diritto internazionale. La guerra non sospende il diritto e la frequenza di un crimine non lo rende tollerabile.

La sfida della difesa aerea

L’inverno rende questa strategia ancora più pericolosa. Il calcolo del Cremlino appare chiaro: moltiplicare i disagi per alimentare stanchezza e sfiducia, spingendo la popolazione ad auspicare la fine della guerra anche a condizioni favorevoli all’aggressore. Il principale ostacolo è la difesa aerea ucraina, sottoposta però alla pressione continua di missili e droni. Particolarmente critica è la disponibilità di intercettori contro i missili balistici, minaccia per la quale i sistemi Patriot sono essenziali. Mosca conosce queste vulnerabilità e tenta di sfruttarle con attacchi combinati e ondate di vettori progettate per saturare le difese.

La sicurezza di Kyiv dipende dunque anche dalla continuità del sostegno occidentale. Servono sistemi antiaerei, munizionamento, radar, guerra elettronica e tecnologie antidroni, ma soprattutto consegne capaci di tenere il passo con il consumo di materiali e con l’evoluzione della minaccia. Gli annunci non bastano: occorre una pianificazione industriale e militare di lungo periodo. Andrebbero inoltre valutate forme circoscritte di rafforzamento della protezione aerea, pur nella consapevolezza delle delicate implicazioni di un eventuale coinvolgimento diretto di assetti NATO nello spazio aereo ucraino.

La disponibilità del potere russo a consumare uomini e risorse è stata ampiamente dimostrata. Resta da capire se Europa e Stati Uniti sapranno opporvi una volontà politica altrettanto duratura. I ponti di Kyiv sono diventati un banco di prova non soltanto della resistenza ucraina, ma anche della determinazione dei suoi alleati e della credibilità delle regole costruite dopo la Seconda guerra mondiale per proteggere i civili.

Se la reiterazione dei crimini russi finirà per renderli accettabili agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, la sconfitta non sarà soltanto dell’Ucraina, ma anche dei principi di civiltà giuridica sui quali dovrebbe fondarsi la sicurezza collettiva. Perché la ripetizione di un crimine non ne attenua la gravità: moltiplica le responsabilità di chi lo commette e di chi, potendo contrastarlo, sceglie di considerarlo inevitabile.

Renato Caputo

Renato Caputo

Docente universitario di “Diritto Internazionale e normative sulla sicurezza (IUS/13)” nell’ambito del Master universitario di Secondo Livello in Scienze Informative per la Sicurezza presso l’Università degli Studi eCampus di Novedrate (CO)

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