A pochi giorni dal referendum del 27 settembre, gli svizzeri sembrano pronti a respingerne la proposta di modificare la Costituzione per vietare la cooperazione con la NATO e l’imposizione di sanzioni internazionali. Due sondaggi — 20 Minuten/Tamedia e GFS Bern/SRG — indicano una netta maggioranza contraria, rispettivamente 68% e 63% contro, con solo 31–34% di favorevoli. La consultazione, promossa dal Partito Popolare Svizzero (SVP) sotto lo slogan “Preservation of Swiss Neutrality”, mira a rendere più rigida la definizione di neutralità, principio che dal 1815 ha tenuto la Confederazione fuori dai conflitti mondiali. Ma secondo gli analisti, anche tra gli elettori dell’SVP il sostegno starebbe calando. “I dati attuali puntano chiaramente verso un rifiuto”, ha dichiarato Corina Schena di GFS Bern, sottolineando che la tendenza è ormai consolidata. Il dibattito nasce dopo le sanzioni contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina nel 2022, considerate da alcuni una violazione dello spirito neutrale. Il veterano politico Christoph Blocher ha avvertito che la neutralità svizzera è “sotto minaccia”. Tuttavia, il governo e la maggioranza dei partiti ritengono che irrigidirla limiterebbe la capacità del Paese di reagire alle crisi internazionali e indebolirebbe la difesa nazionale, rendendo la Svizzera meno flessibile nel suo ruolo di mediatore. Secondo il sondaggio Tamedia, quasi un quarto degli intervistati teme che non imporre sanzioni contro chi viola il diritto internazionale equivarrebbe a schierarsi con gli aggressori, danneggiando la reputazione della Svizzera come interlocutore imparziale.
Gli oppositori parlano di una neutralità “attiva”, capace di difendere i valori democratici senza rinunciare alla tradizione. La democrazia diretta svizzera garantisce che la decisione finale spetti ai cittadini, ma i numeri parlano chiaro: la neutralità, così com’è, sembra destinata a restare. Un equilibrio antico, che ancora oggi definisce l’identità di un Paese piccolo ma centrale nel cuore dell’Europa.





