Mercurio, il pianeta più vicino al Sole, potrebbe essersi ristretto molto più di quanto gli scienziati abbiano stimato finora. Le rughe, le scarpate e le fratture che segnano la sua superficie — vere cicatrici geologiche — suggeriscono che il piccolo mondo roccioso, nato 4,5 miliardi di anni fa, fosse un tempo più grande e che continui a contrarsi mentre il suo interno si raffredda. Un nuovo studio pubblicato su Geophysical Research Letters indica che la contrazione potrebbe essere stata sottostimata del 10%‑30%. Mercurio, che orbita a circa 58 milioni di chilometri dal Sole e completa un giro in soli 88 giorni, si è formato in un ambiente violento, dove collisioni con asteroidi e detriti hanno generato calore estremo. Con il passare dei miliardi di anni, la perdita di calore ha fatto “stringere” l’interno del pianeta, provocando la formazione di enormi scarpate lunghe centinaia di chilometri e alte fino a 1,6 chilometri. Ma la superficie è anche ricoperta da crateri d’impatto che potrebbero aver nascosto molte delle fratture legate alla contrazione. Utilizzando i dati della missione NASA MESSENGER, il team guidato da Gaku Nishiyama ha creato una mappa globale della rugosità superficiale del pianeta.
Le regioni più accidentate mostrano meno “rughe” rispetto alle aree più lisce, suggerendo che detriti e crateri abbiano sepolto parte delle strutture tettoniche. Le simulazioni indicano che Mercurio potrebbe essersi ristretto di circa 11,6 chilometri di raggio, contro le stime precedenti che variavano tra 1 e 7 chilometri. Gli scienziati non coinvolti nello studio, come Paul Byrne della Washington University, ritengono plausibile che molte fratture siano sfuggite alle analisi precedenti, sia perché difficili da individuare nelle zone più irregolari, sia perché la crosta estremamente robusta del pianeta potrebbe aver impedito la formazione di alcune strutture.
Capire quanto Mercurio si sia contratto è cruciale per ricostruire la sua storia interna: un restringimento maggiore potrebbe indicare un nucleo metallico più grande, meno elementi leggeri mescolati al metallo o temperature iniziali più elevate. La missione BepiColombo, frutto della collaborazione tra ESA e JAXA, sta per offrire una nuova prospettiva. Dopo quasi otto anni di viaggio, rilascerà due orbiter attorno al pianeta entro novembre.





