La guerra tra Stati Uniti e Iran entra in una fase sempre più pericolosa. Ai raid incrociati si aggiunge una guerra parallela combattuta sul mare, attraverso le sanzioni, le criptovalute e il controllo delle rotte energetiche. Lo Stretto di Hormuz è ormai il punto di massima tensione di una crisi che rischia di produrre conseguenze ben oltre il Medio Oriente.
La tensione nello Stretto di Hormuz
I Pasdaran affermano di aver colpito due navi statunitensi e otto petroliere. La rivendicazione iraniana non è tuttavia indipendentemente verificata e il Comando Centrale americano ha negato che navi da guerra statunitensi siano state colpite. Teheran sostiene inoltre di aver sequestrato all’imboccatura dello Stretto di Hormuz un drone sottomarino statunitense, descritto come uno dei più sofisticati in dotazione alle forze americane. Anche in questo caso si tratta, al momento, di una dichiarazione iraniana non verificata.
Washington, intanto, ha annunciato la distruzione di cinque petroliere iraniane, sostenendo che fossero collegate alla rete utilizzata da Teheran per finanziare i Pasdaran. La dimensione marittima del conflitto assume così un’importanza strategica crescente: colpire le navi significa colpire contemporaneamente la capacità militare iraniana, le sue esportazioni e i flussi energetici internazionali.
La tensione si è estesa anche alle acque irachene. La UnitedKingdom Maritime Trade Operations ha riferito di un attacco contro una petroliera a circa 28 miglia nautiche a sud-est di Al-Faw. Il comandante avrebbe segnalato di essere stato colpito da un proiettile di natura ancora sconosciuta. L’equipaggio è al sicuro e non risultano, al momento, conseguenze ambientali.
Criptovalute e fronti regionali
Ma la guerra non si combatte soltanto con missili e navi. Secondo il Financial Times, l’Iran starebbe ricorrendo sempre più alle criptovalute per mantenere attivi i flussi commerciali e aggirare l’inasprimento delle sanzioni americane. Teheran, da anni esclusa in larga parte dal sistema finanziario internazionale, avrebbe progressivamente costruito strumenti alternativi per sostenere le transazioni transfrontaliere. La guerra ha reso questa esigenza ancora più urgente.
Parallelamente, il fronte regionale continua ad allargarsi. Gli Houthi hanno rivendicato un’ampia offensiva contro l’Arabia Saudita, mentre i media del movimento parlano di 32 raid aerei sauditi nelle province yemenite di Marib, Al-Jawf, Taiz e Hodeida. Anche queste cifre provengono dalle parti coinvolte e non sono state indipendentemente verificate.
Lo scontro tra Israele e Gran Bretagna
La crisi coinvolge ormai anche i rapporti tra Israele e gli alleati occidentali. Israele ha ordinato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est e ha disposto la perdita dell’accreditamento dei diplomatici entro trenta giorni, mentre il personale britannico impegnato nel coordinamento per Gaza e i diplomatici di Ramallah dovranno lasciare il Paese entro sette giorni. La decisione arriva dopo le sanzioni britanniche, insieme ad altri undici Paesi, contro beni prodotti negli insediamenti israeliani in Cispadania.
Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha difeso la scelta di Londra definendolo «la cosa giusta da fare», nonostante il deterioramento delle relazioni con Israele.
Sul fronte politico israeliano, Benjamin Netanyahu ha inoltre annunciato una denuncia per diffamazione contro Haaretz e il giornalista Shlomi Eldar per un’inchiesta secondo cui il premier sarebbe stato avvertito dieci giorni prima del 7 ottobre dal presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed. Netanyahu ha respinto categoricamente l’accusa, sostenendo che non esista alcuna traccia di quella conversazione.
Il quadro complessivo è quello di una crisi che sta rapidamente superando i confini della guerra convenzionale. Hormuz, il petrolio, le sanzioni, le criptovalute, le rotte commerciali e la diplomazia stanno diventando altrettanti fronti dello stesso conflitto. E proprio questa trasformazione rende l’escalation particolarmente pericolosa: non è più soltanto una guerra tra Washington e Teheran, ma una crisi capace di investire contemporaneamente sicurezza energetica, finanza internazionale e stabilità geopolitica.





