Dopo oltre un decennio di tentativi, il limite di 1,5°C non è più raggiungibile. Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite è netto: il mondo supererà la soglia critica entro il 2030, aprendo una fase di rischi estremi per milioni di persone, soprattutto per le piccole nazioni del Pacifico, già minacciate dall’innalzamento dei mari.
Il presidente di Palau, Surangel Whipps Jr, ha espresso un dolore profondo: “Non bastano più richiami all’ambizione. Serve un aumento urgente e senza precedenti della volontà politica e degli investimenti per un futuro sicuro.” Per i Paesi insulari, 1,5°C non è un obiettivo: è una linea di sopravvivenza. Se le nazioni accelereranno drasticamente l’uscita dai combustibili fossili, il picco potrebbe fermarsi a 1,8°C, per poi tornare sotto 1,5°C grazie alla rimozione di CO₂ dall’atmosfera. Ma il tempo è quasi scaduto: nel 2026, la temperatura globale è già 1,4°C sopra i livelli preindustriali. Nel 2023, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che 1,5°C è il parametro principale cui gli Stati devono attenersi.
Una mancata azione potrebbe portare a cause internazionali contro i governi. Il mondo ha evitato gli scenari più catastrofici: grazie al boom di solare, elettrificazione e tagli alle emissioni, non siamo più diretti verso +3,6°C ma verso 2,6°C. È un progresso, ma insufficiente. Le emissioni globali si stanno stabilizzando, ma non scendono.
Per tornare sotto 1,5°C servirà rimuovere gigatonnellate di CO₂ con riforestazione, ripristino degli ecosistemi e forse tecnologie come la alcalinizzazione degli oceani o il weathering accelerato delle rocce, ancora sperimentali. Nonostante la crescita del populismo e la spinta ai fossili in alcuni Paesi, la transizione continua: il mondo ha installato un terawatt di solare in 70 anni, poi un altro in due anni, poi un altro in due.





