Non era un vampiro, ma una giovane donna che portava con sé paure e superstizioni di un’epoca. Gli archeologi la chiamano ‘Zosia’, e la sua tomba, scoperta nel 2022 vicino al villaggio di Pien, nel nord della Polonia, sta riscrivendo la storia delle cosiddette “sepolture devianti”. Il corpo di Zosia, risalente al XVII secolo, è stato trovato con una falce di ferro posizionata sulla gola e un lucchetto triangolare sul dito del piede. La falce, collocata dopo la sepoltura ma prima della completa decomposizione, era pensata per decapitarla se fosse “risorta”, mentre il lucchetto — trovato aperto — simboleggiava la chiusura definitiva tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Le analisi condotte con DNA, isotopi e studio dei tessuti hanno rivelato una storia complessa. Zosia era probabilmente originaria della regione, ma il suo DNA mitocondriale mostra tracce scandinave, forse di antenati materni. I ricercatori ritengono che appartenesse a una famiglia agiata: vicino al cranio sono stati trovati frammenti di seta con fili d’oro e d’argento, più preziosi persino delle vesti reali dell’epoca. Nel cimitero di Pien, utilizzato per quattro generazioni, sono state rinvenute altre sepolture “anomale”: corpi a faccia in giù, pietre attorno ai teschi, falci e lucchetti.
Mancano croci e simboli cattolici, segno che si trattava probabilmente di un campo protestante. Gli studiosi hanno anche individuato tracce di rame e oro nel naso o nella bocca di Zosia, forse un ulteriore rito apotropaico contro gli spiriti maligni. La leggenda del “vampiro” non esisteva ancora, ma la simbologia parla chiaro: la comunità temeva che Zosia potesse tornare. Oggi, grazie alla scienza, la sua storia emerge come un ritratto di superstizione, ricchezza e isolamento, un frammento di umanità sepolto tra fede e paura.





