Quando l’imperatore Meiji visitò per la prima volta il luogo che sarebbe diventato Yasukuni nel 1874, promise che i nomi di coloro che erano morti per la patria vi avrebbero “vissuto per sempre”. Quel voto, nato in un Giappone che stava reinventando sé stesso dopo la restaurazione imperiale, avrebbe segnato per sempre la storia del Paese. Oggi, più di 2,4 milioni di persone sono commemorate nel santuario shintoista nel cuore di Tokyo: soldati, infermiere di guerra, studenti mobilitati, civili stranieri. Ma tra loro ci sono anche 14 criminali di guerra di Classe A, inclusi leader come Hideki Tojo, responsabile dell’attacco a Pearl Harbor. La loro presenza, rivelata nel 1978, ha trasformato Yasukuni in un simbolo di controversia internazionale.
Il santuario nacque nel 1869 come progetto politico e spirituale. Meiji voleva un luogo che incarnasse il nuovo Giappone, dove il sacrificio per l’imperatore fosse considerato il massimo onore. In un’epoca in cui lo Shintoismo di Stato intrecciava religione e patriottismo, l’imperatore era visto come discendente della dea solare Amaterasu, e la devozione nazionale assumeva una dimensione sacra. Dopo la resa del 1945, il generale Douglas MacArthur abolì lo Shintoismo di Stato, separando religione e governo. Yasukuni divenne un ente privato, ma le visite ufficiali continuarono a sollevare dubbi costituzionali.
L’imperatore Hirohito, dopo aver scoperto la venerazione segreta dei criminali di guerra, non vi tornò più. I suoi successori hanno inviato emissari, ma mai visitato di persona. Per molti giapponesi, Yasukuni è un luogo di lutto e gratitudine. Per Cina e Corea del Sud, è invece un simbolo del militarismo che devastò l’Asia nel XX secolo. Ogni visita di un leader giapponese scatena proteste e richiami diplomatici, alimentando la percezione che il Giappone non abbia ancora fatto pienamente i conti con il proprio passato bellico.





