Dall’esterno, il bunker nucleare di Sonnenberg, sotto Lucerna, sembra un luogo innocuo: il suo ingresso è nascosto tra altalene e scivoli di un parco giochi. Ma oltre la porta blindata, un tunnel stretto e luminoso scende nella collina, rivelando una delle strutture antiatomiche più grandi mai costruite in Europa. Negli anni ’70, nel pieno della Guerra Fredda, la Svizzera progettò questo rifugio per 20.000 persone, un terzo degli abitanti della città. La guida, Zora Schelbert, spiega che la Svizzera, pur neutrale, temeva le ricadute nucleari provenienti dai Paesi vicini. Per questo il bunker fu dotato di generatori diesel con autonomia di due settimane. “Dopo due settimane, niente più cibo, acqua o elettricità”, racconta.
Oggi la protezione civile valuta la durata del soggiorno in base alla situazione esterna, come dimostrano i conflitti in Ucraina e Israele. A differenza di altri Paesi, la Svizzera non ha smantellato la sua rete di rifugi dopo la Guerra Fredda: l’ha ampliata. Oggi ogni cittadino ha garantito un posto in un bunker. Sono 370.000 in tutto il Paese, obbligatori per ogni edificio residenziale o finanziati tramite contributi tra 1.700 e 3.500 dollari. Nel 2011, mentre il Parlamento discuteva se eliminarli, il disastro di Fukushima cambiò tutto: i rifugi furono mantenuti come riserva nazionale. Molti sono diventati cantine, saune o magazzini universitari.
La storica Silvia Berger Ziauddin racconta che i bunker affondano le radici nella metafora della Svizzera come “isola di calma” circondata dal caos mondiale, un’idea coltivata nelle scuole: i bambini disegnano rifugi dove sopra c’è distruzione e sotto c’è sicurezza, famiglia e calore. Sonnenberg non è mai stato usato per il suo scopo originale: proteggere da un attacco nucleare. Eppure la Svizzera continua a spendere decine di milioni di dollari l’anno per mantenerlo, insieme a centinaia di migliaia di altri rifugi.





