Quando a giugno sono circolati online i video dell’orribile uccisione della cagnolina randagia Wang Wang e dei suoi cuccioli, la Cina ha assistito a una reazione pubblica rara: una ondata di indignazione che ha travolto la censura e ha superato i confini nazionali. La particolarità del caso è che la rabbia non era diretta contro lo Stato, ma contro quattro ragazzi sotto i 14 anni, protagonisti del filmato. Le autorità hanno risposto chiedendo alla popolazione di non commentare, citando la giovane età dei minori, e hanno iniziato a rimuovere post e video. Ma il tentativo di contenere la discussione ha avuto l’effetto opposto: la censura ha alimentato la protesta, spingendo gli animalisti cinesi a portare la loro battaglia offline e all’estero, fino a Times Square, New York.
Il video, girato a Jieyang, nel Guangdong, mostrava i ragazzi mentre colpivano tre cuccioli con dei bastoni e poi davano fuoco alla madre, ridendo mentre Wang Wang bruciava. Le autorità hanno annunciato che i minori saranno trasferiti in una “scuola specializzata”, senza fornire dettagli. In Cina, la crudeltà sugli animali non è punibile per legge, e i minori di 16 anni non sono penalmente responsabili se non per reati gravissimi. La censura ha tentato di bloccare il video per proteggere l’identità dei ragazzi, ma frammenti continuano a circolare.
Intanto, parole chiave come “Wang Wang” e “protezione degli animali” sono diventate trend, salvo poi scomparire man mano che i contenuti venivano limitati. Celebrità come Du Jiang e Joe Chen avevano chiesto leggi contro la crudeltà sugli animali, ma i loro post sono spariti. Gli attivisti cinesi hanno chiesto aiuto all’estero. L’IOP, organizzazione italiana per la protezione degli animali, ha ricevuto oltre 100 segnalazioni e ha chiesto chiarimenti alle autorità cinesi. A Times Square, ogni 35 minuti, un gigantesco schermo proietta le foto di Wang Wang: “Era amata. Voleva vivere. Dovrebbe essere ancora qui.”





