Il Pentagono è finito al centro di una tempesta politica e mediatica dopo che Leon Panetta, ex segretario alla Difesa e direttore della CIA, ha accusato il Dipartimento della Difesa di adottare un “approccio vergognoso” nel divulgare informazioni sulle perdite statunitensi nella guerra contro l’Iran. Da oltre due mesi e mezzo, il Dipartimento non tiene conferenze stampa, alimentando sospetti di un insabbiamento volto a proteggere l’amministrazione Trump da una reazione negativa dell’opinione pubblica in vista delle elezioni di metà mandato. Panetta, che durante le guerre in Afghanistan e Iraq teneva briefing settimanali, ha criticato la mancata trasparenza sulle vittime e i feriti causati dagli attacchi aerei iraniani contro le basi statunitensi.
Il numero dei soldati uccisi è salito a 18, mentre circa 430 sono rimasti feriti. Il Pentagono ha ammesso solo lunedì che 100 militari sono stati feriti dal 7 luglio, sostenendo che il 96% è tornato in servizio. Secondo il New York Times, il Dipartimento aveva inizialmente evitato di divulgare le cifre, riconoscendo le perdite solo tramite un post sui social media.
I funzionari hanno definito l’articolo “infondato e malevolo”, sostenendo di non essere obbligati a rendere pubblici i feriti se tornano in servizio. Ma i dubbi sono aumentati quando un altro articolo ha rivelato che il sito web del Pentagono aveva ridotto il numero dei morti da 18 a 14, attribuendo l’errore a una “interruzione temporanea dei dati”. Per i critici, si tratta di una strategia politica per nascondere il costo di una guerra che molti considerano fallimentare. “Si sta proteggendo il popolo americano dal vero costo di questa guerra”, ha dichiarato Ned Price, ex portavoce del Dipartimento di Stato.





