Il leader dell’opposizione indiana Rahul Gandhi è stato rilasciato martedì sera dopo essere stato arrestato durante le proteste contro il sistema scolastico, in quello che è ormai uno dei più vasti movimenti di piazza degli ultimi anni in India. La tensione è esplosa dopo la fuga di notizie sui test di ammissione alle facoltà di medicina, che ha costretto oltre due milioni di studenti a ripetere gli esami e che, secondo i media locali, è stata collegata ad almeno dodici suicidi. Le proteste, guidate dal movimento satirico Cockroach Janta Party (CJP), nato sui social media, hanno rapidamente assunto una dimensione nazionale, con manifestazioni a Nuova Delhi, Mumbai, Bengaluru, Calcutta, Goa e Ahmedabad.
Gandhi e altri leader dell’opposizione sono stati arrestati durante un sit‑in davanti alla residenza del primo ministro Narendra Modi, accusando il governo di ignorare le richieste degli studenti e di rispondere con la forza. Mercoledì, oltre 1.000 persone erano ancora accampate a Jantar Mantar, epicentro della protesta, mentre la Delhi Metro Rail Corporation ha chiuso 16 stazioni per contenere l’afflusso. I parlamentari dell’opposizione, molti vestiti di nero, hanno manifestato davanti al Parlamento chiedendo le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan. In un post su X, Pradhan ha accusato Gandhi di “sfruttare spudoratamente gli studenti come strumenti politici”, sostenendo che il governo “deve offrire riforme e responsabilità, non slogan”.
La Corte Suprema, intanto, ha respinto una petizione urgente sugli attacchi della polizia ai manifestanti, con il presidente Surya Kant che ha liquidato la richiesta come “una perdita di tempo”. Con Gandhi di nuovo libero e le piazze ancora piene, la crisi studentesca si è trasformata in una sfida politica diretta al governo Modi, che ora deve affrontare la rabbia di una generazione che chiede trasparenza, riforme e giustizia.





