Gli Stati Uniti intendono assumere il controllo dello Stretto di Hormuz e imporre un prelievo del 20% sul valore dei carichi in transito per finanziare la sicurezza della rotta. “Diventeremo i guardiani dello Stretto”, ha dichiarato ieri Donald Trump, assicurando che Hormuz “è aperto e rimarrà aperto, con o senza l’Iran”. Il Presidente ha inoltre annunciato il ripristino del blocco dei porti iraniani: saranno fermate le navi dirette o provenienti dall’Iran. La proposta americana ha aperto un nuovo fronte diplomatico. L’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas ha chiesto che lo Stretto torni a essere “aperto alla navigazione senza pedaggi”, mentre Antonio Tajani ha definito qualsiasi tassa “un pericoloso precedente” per la libertà di commercio, ricordando che il 40% del Pil italiano deriva dalle esportazioni. Anche Pechino ha chiesto un passaggio “libero e sicuro”.
Traffico dimezzato nello Stretto
Il traffico nello Stretto è intanto crollato. Secondo MarineTraffic, tra il 10 e il 12 luglio i passaggi sono diminuiti del 52% rispetto alla settimana precedente. Domenica soltanto otto navi avrebbero attraversato Hormuz, contro 21 il giorno prima; sei lo avrebbero fatto “al buio”, con i transponder spenti.Teheran continua a sostenere che il passaggio resterà chiuso fino a nuovo ordine e accusa gli Stati Uniti di mettere in pericolo la sicurezza energetica mondiale. “Continueremo a esercitare la sovranità e il controllo sullo Stretto con tutta la nostra forza”, ha dichiarato il portavoce dei Pasdaran Hossein Mohebi. L’esercito iraniano ha inoltre avvertito che qualsiasi sostegno logistico regionale alle operazioni americane sarà considerato “un atto di guerra”.
Raid su Iran e Golfo
Sul terreno la tensione resta alta. Teheran ha rivendicato attacchi con missili e droni contro installazioni americane in Kuwait, Bahrein, Oman e Giordania. I Pasdaran sostengono di avere distrutto due lanciatori Himars e depositi di missili in Kuwait, oltre a radar in Oman. La Giordania ha dichiarato di avere abbattuto quattro missili iraniani senza vittime né danni; il Kuwait ha riferito di avere reagito a “bersagli aerei ostili”, mentre il Bahrein ha accusato l’Iran di colpire anche obiettivi civili. Washington ha risposto con nuovi raid. Secondo fonti iraniane, gli attacchi hanno causato almeno due morti e tre feriti ad Abadan e un morto e sette feriti in un sito militare nella provincia di Isfahan.
Il Centcom ha inoltre annunciato il primo impiego in combattimento di droni marini statunitensi: tre “Corsair” avrebbero colpito una struttura per la manutenzione di sottomarini e navi nella base di Bandar Abbas. Trump ha sostenuto che “gran parte” delle dotazioni militari iraniane “non esiste più”. La crisi si estende anche allo Yemen. Il governo riconosciuto internazionalmente ha rivendicato il bombardamento della pista dell’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano con una delegazione houthi. I ribelli hanno promesso una risposta e sono accusati di avere sequestrato un aereo della Croce Rossa, trattenendo pilota e copilota. L’Onu ha chiesto alle parti di evitare “un nuovo ciclo di violenza”.
Colloqui e diplomazia
Nonostante l’escalation militare, l’Iran continua a mantenere aperti i canali diplomatici con Qatar, Oman e Pakistan, impegnati nella mediazione con Washington. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha ribadito che Teheran non si considera vincolata al memorandum d’intesa se gli Stati Uniti non rispetteranno a loro volta gli impegni assunti, accusando Washington di ostacolare con pressioni, sanzioni e attacchi militari la definizione di un meccanismo condiviso per la sicurezza della navigazione. Baghaei ha tuttavia assicurato che l’Iran non intende abbandonare la via diplomatica e che i contatti con i mediatori proseguiranno per evitare un’ulteriore estensione del conflitto.
Intanto, Roma si prepara a ospitare il sesto round di colloqui diretti tra Israele e Libano dall’entrata in vigore della tregua di aprile, con la mediazione degli Stati Uniti. Al tavolo siederanno soltanto rappresentanti civili. Il confronto riguarderà soprattutto le cosiddette “zone pilota” nel Libano meridionale, nelle quali l’esercito libanese dovrebbe assumere il controllo delle aree ancora occupate da Israele. Il ritiro israeliano resta però subordinato, secondo la posizione di Tel Aviv, allo smantellamento della presenza militare di Hezbollah.





