Dopo aver smantellato lo scorso anno l’USAID, l’agenzia che per decenni ha gestito la maggior parte degli aiuti esteri statunitensi, l’amministrazione Trump sta ora proponendo centinaia di milioni di dollari a diversi Paesi africani per rafforzare le loro strutture sanitarie. Una svolta che, però, arriva con condizioni stringenti e sta incontrando resistenze crescenti. Il primo accordo, firmato dal presidente keniota William Ruto a Washington lo scorso dicembre, vale 2,5 miliardi di dollari. Il Dipartimento di Stato contribuisce con 1,6 miliardi, mentre il Kenya si impegna a investire 850 milioni in cinque anni. L’intesa, definita “storica”, è stata però bloccata per mesi da ricorsi giudiziari e proteste di attivisti, prima di essere approvata dal governo solo il mese scorso.
La nuova strategia sanitaria statunitense punta a un modello di cofinanziamento obbligatorio, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dai donatori e costruire sistemi sanitari autosufficienti. L’amministrazione Trump sostiene che i tradizionali rapporti tra donatori e ONG abbiano creato inefficienze, duplicazioni e costi generali eccessivi. Gli Stati Uniti si sono ritirati dall’OMS all’inizio dell’anno, accusandola di scarsa trasparenza e cattiva gestione della pandemia. Al suo posto, Washington sta siglando accordi bilaterali direttamente con i governi. Gli accordi prevedono esplicitamente la priorità per aziende farmaceutiche e mediche statunitensi nello sviluppo e nella fornitura di trattamenti. A metà maggio, 32 Paesi avevano firmato i Memorandum d’intesa, tra America Latina, Caraibi e almeno venti nazioni africane.
Ghana, Zimbabwe e Zambia hanno rifiutato di firmare. In Zambia, il ministro degli Esteri Mulambo Haimbe ha criticato quella che definisce una “connessione impropria” tra aiuti sanitari e interessi economici USA, sostenendo che l’accordo sarebbe legato a un’intesa separata che garantisce a Washington l’accesso a minerali critici.





