C’era un tempo in cui dire “chiamare alle armi” era ormai unametafora per coinvolgere e far partecipare le persone ad unainiziativa, attività o impegno, a volte anche solo ludico e culturale.
Ma il tempo ha ribaltato il senso ritornando dalla metafora all’origini del temine.
Oggi una parola più di tutte sembra raccontare il senso dei tempi che viviamo: frontalismo.
È la tendenza a sostituire i negoziati con l’urto, il dialogo con il negoziato diretto, l’attesa della risposta con la pressioneimmediata.
Un ritorno al passato.
Dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, l’Occidente aveva saputo costruire un ordine internazionaleintorno ad una intuizione semplice: parlare è meglio checombattere perchè il sonno della ragione produce inevitabilmentemostri! Non perché la diplomazia sia sempre efficace, rapida o priva di ipocrisie. Ma perché il dialogo resta il primo argine alla trasformazione del conflitto in guerra.
L’Italia repubblicana ha scritto questa scelta nella propria Costituzione con gli articoli 10 e 11 che non sono formule sterilima criteri di orientamento politico: il nostro ordinamento si apreal diritto internazionale e ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie.
Da qui nasce una precisa idea di sovranità impprontata su unaidea filosofica che accompagna l’uomo dall’antica Grecia ad oggi: parlare è meglio che combattere. Gli stessi opliti, grandi ed affascinanti guerrieri che hanno ispirato i racconti della storiaellenica, combattevano per proteggere famiglia, casa e affetti.
L’appartenenza alle Nazioni Unite, alla NATO, all’UE e alle grandi alleanze occidentali si fonda anche su questo: nessunoStato, da solo, può garantire pace, sicurezza e sviluppo in un mondo attraversato da crisi globali.
Oggi, però, quel modello appare indebolito. Si diffonde l’idea cheil confronto diretto e muscolare sia più veloce e risolutivo della diplomazia multilaterale. Ma i fatti dicono altro: la guerra in Ucraina perdura; il Medio Oriente resta attraversato da crisiaperte e tregue fragili; altri focolai si accendono sullo scacchiereinternazionale.
La crisi della diplomazia non dimostra che la diplomazia siainutile. Dimostra che va riportata al suo compito più alto: non protocollo e liturgia, ma pensiero strategico come capacità di costruire soluzioni possibili su contrapposti interessi concreti.
Il frontalismo seduce perché semplifica, mentre però divide il mondo tra chi impone e chi subisce, tra chi detta condizioni e chi resiste: può chiudere una trattativa, ma raramente costruisce unapace; può produrre una tregua, ma non sempre genera un ordine;può piegare un avversario, ma non ricompone un equilibrio.
La pace non nasce mai soltanto dalla pressione; nasce quando gliinteressi vengono ricondotti dentro una cornice più alta.
Il nostro tempo si muove su logiche differenti dal passato: le guerre contemporanee sono sempre più mosse da interessistrategici, economici, energetici, territoriali e tecnologici. E quando dominano





