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Dalla cultura dei negoziati al fronte: il frontalismo seppellisce la diplomazia internazionale del ‘900

Dalla cultura dei negoziati al fronte: il frontalismo seppellisce la diplomazia internazionale del ‘900

martedì, 7 Luglio 2026
1 minuto di lettura

C’era un tempo in cui dire “chiamare alle armi” era ormai unametafora per coinvolgere e far partecipare le persone ad unainiziativa, attività o impegno, a volte anche solo ludico e culturale.

Ma il tempo ha ribaltato il senso ritornando dalla metafora all’origini del temine.

Oggi una parola più di tutte sembra raccontare il senso dei tempi che viviamo: frontalismo.

È la tendenza a sostituire i negoziati con l’urto, il dialogo con il negoziato diretto, l’attesa della risposta con la pressioneimmediata.

Un ritorno al passato.

Dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, l’Occidente aveva saputo costruire un ordine internazionaleintorno ad una intuizione semplice: parlare è meglio checombattere perchè il sonno della ragione produce inevitabilmentemostri! Non perché la diplomazia sia sempre efficace, rapida o priva di ipocrisie. Ma perché il dialogo resta il primo argine alla trasformazione del conflitto in guerra.

L’Italia repubblicana ha scritto questa scelta nella propria Costituzione con gli articoli 10 e 11 che non sono formule sterilima criteri di orientamento politico: il nostro ordinamento si apreal diritto internazionale e ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie.

Da qui nasce una precisa idea di sovranità impprontata su unaidea filosofica che accompagna l’uomo dall’antica Grecia ad oggi: parlare è meglio che combattere. Gli stessi opliti, grandi ed affascinanti guerrieri che hanno ispirato i racconti della storiaellenica, combattevano per proteggere famiglia, casa e affetti.

L’appartenenza alle Nazioni Unite, alla NATO, all’UE e alle grandi alleanze occidentali si fonda anche su questo: nessunoStato, da solo, può garantire pace, sicurezza e sviluppo in un mondo attraversato da crisi globali.

Oggi, però, quel modello appare indebolito. Si diffonde l’idea cheil confronto diretto e muscolare sia più veloce e risolutivo della diplomazia multilaterale. Ma i fatti dicono altro: la guerra in Ucraina perdura; il Medio Oriente resta attraversato da crisiaperte e tregue fragili; altri focolai si accendono sullo scacchiereinternazionale.

La crisi della diplomazia non dimostra che la diplomazia siainutile. Dimostra che va riportata al suo compito più alto: non protocollo e liturgia, ma pensiero strategico come capacità di costruire soluzioni possibili su contrapposti interessi concreti.

Il frontalismo seduce perché semplifica, mentre però divide il mondo tra chi impone e chi subisce, tra chi detta condizioni e chi resiste: può chiudere una trattativa, ma raramente costruisce unapace; può produrre una tregua, ma non sempre genera un ordine;può piegare un avversario, ma non ricompone un equilibrio.

La pace non nasce mai soltanto dalla pressione; nasce quando gliinteressi vengono ricondotti dentro una cornice più alta.

Il nostro tempo si muove su logiche differenti dal passato: le guerre contemporanee sono sempre più mosse da interessistrategici, economici, energetici, territoriali e tecnologici. E quando dominano

Tommaso Paparo*

Tommaso Paparo*

Professore a contratto di diritto pubblico e Coordinatore del corso di Laurea
in Scienze della Difesa e della Sicurezza presso la Link Campus University di Roma

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