A pochi giorni dal vertice NATO di Ankara, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è riuscito a ottenere ciò che molti alleati temevano di perdere: la presenza del presidente statunitense Donald Trump. Un risultato frutto di una relazione personale coltivata negli anni e che, secondo diversi analisti, potrebbe tradursi in concessioni significative sul fronte della difesa. “Non ci sarei andato per la maggior parte delle persone”, ha detto Trump la scorsa settimana. “Ma lui mi ha chiamato… e quindi ci vado per rispetto al presidente Erdogan.”
Una frase che sintetizza la strategia del leader turco: sfruttare il rapporto diretto con Trump per evitare un vertice segnato dall’assenza del principale garante della sicurezza euro‑atlantica. Trump ha spesso elogiato Erdogan, definendolo un “leader eccezionale”, mentre ha criticato duramente altri Paesi NATO per le spese militari insufficienti e per la mancata adesione alle sue posizioni sulla guerra in Iran. Il bilaterale previsto ad Ankara sarà il primo viaggio di un presidente USA in Turchia dal 2015. Joe Biden, al contrario, ha mantenuto le distanze da Erdogan, criticando il declino democratico del Paese e i legami con Mosca. Organizzazioni per i diritti umani e partiti di opposizione accusano da anni Erdogan di limitare la libertà di espressione e perseguire attivisti, giornalisti e politici.
La relazione personale tra i due leader ha avuto momenti simbolici: nel 2024, Erdogan rifiutò un invito di Biden a Washington, interpretato da molti come un segnale di fiducia nella vittoria di Trump. E Trump, durante una conferenza stampa con Benjamin Netanyahu, non esitò a lodare Erdogan, sorprendendo il premier israeliano. Erdogan ha definito la relazione con Trump “una nuova era”, sottolineando che le loro comunicazioni telefoniche “non superano mai le 24 ore”. Il vertice di Ankara sarà dunque più di un appuntamento diplomatico: sarà il banco di prova di una relazione personale che potrebbe ridefinire gli equilibri della NATO.





