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Big tech, tasse dimezzate rispetto alle Pmi. La Cgia denuncia il divario fiscale

Le prime 25 multinazionali del web pagano un’aliquota media del 14,8%, contro il 32% delle imprese italiane. L’associazione: “Profitti spostati nei Paesi più convenienti” mentre Bruxelles studia la Digital service tax
domenica, 5 Luglio 2026
2 minuti di lettura

Il paradosso fiscale corre lungo la stessa linea che separa le grandi piattaforme globali dalle imprese italiane radicate nei territori. Da una parte i colossi del web, capaci di produrre utili miliardari e di spostare i profitti dove il fisco pesa meno. Dall’altra le piccole e medie aziende che pagano le imposte dove lavorano, assumono e investono. La Cgia è tornata a denunciare uno squilibrio che, anno dopo anno, continua a pesare sul sistema produttivo nazionale. I numeri indicano la distanza. Le prime 25 multinazionali websoft presenti nel mondo, secondo i dati dell’Area studi di Mediobanca ripresi dall’associazione mestrina, nel 2024 hanno realizzato 503 miliardi di euro di utili ante imposte e versato 74,3 miliardi di tasse. Il tax rate si è fermato così al 14,8 per cento. Le imprese italiane, invece, nel 2023 hanno prodotto 322 miliardi di utili e pagato al fisco 102,6 miliardi di euro, con un’aliquota effettiva attorno al 32 per cento. Più del doppio.

La comparazione, ha ammesso la stessa Cgia, non è priva di limiti metodologici. Ma la sostanza resta difficile da ignorare. Per una parte delle grandi multinazionali digitali, la presenza in più Paesi consente di organizzare costi, ricavi e sedi societarie in modo da concentrare gli utili nelle giurisdizioni più convenienti. È il meccanismo dell’elusione fiscale: si alleggerisce l’imponibile nei mercati dove il prelievo è più alto, come Italia o Francia, e si portano i profitti verso Paesi con regimi più favorevoli, tra cui Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi.

Global minimum tax

Il risultato è un fossato tra chi può scegliere dove pagare e chi non ha alternative. Una piccola impresa italiana non trasferisce la sede fiscale con la stessa facilità di una corporation. Non costruisce architetture societarie internazionali, non sposta utili da una controllata all’altra, non tratta con più ordinamenti. Resta nel territorio, affronta il costo del lavoro, sostiene il prelievo fiscale e compete con soggetti che spesso giocano su un campo molto più largo. Il nodo, però, non si scioglie solo a Roma. La partita è internazionale e negli ultimi mesi si è complicata. Al G7 in Canada del giugno 2025, gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto un’esenzione fiscale per le proprie grandi aziende, con un effetto diretto sulla Global minimum tax, la tassa minima globale pensata per limitare le strategie elusive delle multinazionali. L’intesa raggiunta nel 2021 dal G20, allargata a 147 Paesi, rischia così di perdere una parte essenziale della sua forza.

Senza le imprese americane, molte delle quali dominano il mercato digitale, e con la Cina fuori dall’Ocse, la Global minimum tax finirebbe per riguardare soprattutto le grandi società europee. È anche per questo che Bruxelles lavora a una Digital service tax continentale. Ma il progetto si muove su un terreno politico scivoloso. Donald Trump ha già contestato l’ipotesi e ha minacciato il raddoppio dei dazi sui prodotti europei in caso di approvazione.

Servizi digitali

Intanto otto Paesi dell’Unione applicano già una tassa sui servizi digitali. Tra questi c’è l’Italia, che da questa imposta incassa 455 milioni di euro l’anno. Una cifra significativa, ma ancora lontana dal riequilibrare il peso tra i giganti della rete e il tessuto delle imprese nazionali. La fiscalità di vantaggio, inoltre, non attira soltanto gruppi stranieri. Negli ultimi anni anche diverse multinazionali italiane hanno spostato all’estero la sede legale o fiscale, spesso verso i Paesi Bassi. Amsterdam offre una normativa societaria favorevole, compreso il doppio voto per gli azionisti storici, e condizioni fiscali vantaggiose per chi decide di trasferire la propria base. Operazioni legittime, ma con un effetto concreto: l’Italia perde base imponibile.

A pagarne il prezzo, secondo la Cgia, sono soprattutto le imprese più piccole. Quelle che non possono cambiare Paese, non hanno strutture globali e non dispongono di margini per alleggerire il carico fiscale. Il confronto regionale conferma il divario: in tutte le regioni italiane il tax rate delle aziende locali supera quello medio delle principali big tech. La differenza nazionale è di 17,1 punti percentuali. Il Lazio registra lo scarto più alto, con 18,6 punti in più rispetto ai colossi del web. Seguono Friuli Venezia Giulia e Liguria, entrambe a +18,1, poi Marche e Campania.

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