L’Australia ha salutato con favore la bozza di decisione dell’UNESCO che, almeno per ora, evita di inserire la Grande Barriera Corallina nell’elenco dei siti patrimonio mondiale “in pericolo”. Una scelta che arriva nonostante le difficoltà persistenti del più grande ecosistema corallino del pianeta, colpito da ripetuti episodi di sbiancamento negli ultimi anni. La viceministra del Turismo Nita Green ha definito la decisione “un riconoscimento degli sforzi continui dell’Australia per proteggere e gestire questo simbolo nazionale”.
Il governo di Canberra, infatti, da anni fa pressione affinché la barriera non venga classificata come a rischio, temendo un impatto negativo sul turismo: oltre 2 milioni di visitatori ogni anno e un contributo economico stimato in 9 miliardi di dollari australiani. La Grande Barriera Corallina ospita 400 specie di coralli e 1.500 specie di pesci, estendendosi per 2.400 chilometri lungo la costa del Queensland. Ma dal 2016 ha vissuto cinque estati di sbiancamento di massa, fenomeno causato dallo stress termico che rende i coralli bianchi e ne aumenta il rischio di morte.
Secondo il governo del Queensland, il cambiamento climatico è la principale causa dell’aumento delle temperature marine. Gli scienziati delle Nazioni Unite avevano precedentemente raccomandato l’inserimento della barriera nella lista dei siti in pericolo, citando l’accelerazione degli eventi di sbiancamento e la vulnerabilità dell’ecosistema. La bozza dell’UNESCO, invece, riconosce i progressi compiuti dall’Australia nella gestione ambientale, pur sottolineando che la situazione resta critica. Il governo australiano ha investito in programmi di monitoraggio, ripristino dei coralli e riduzione dell’inquinamento costiero, ma gli esperti avvertono che tali misure non possono compensare gli effetti globali del riscaldamento climatico.





