La Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato le leggi di West Virginia e Idaho che escludono ragazze e donne transgender dalle competizioni sportive femminili, segnando una svolta destinata ad avere ripercussioni in tutto il Paese.
Con una maggioranza 6-3, i giudici hanno stabilito che tali divieti non violano il Title IX, la norma federale che proibisce discriminazioni nell’istruzione. La decisione ribalta sentenze di tribunali inferiori che avevano dato ragione a due studentesse trans, Lindsay Hecox e Becky Pepper‑Jackson, entrambe escluse dalle rispettive squadre.
La pronuncia arriva in un momento in cui almeno 25 stati hanno già adottato misure simili, e il verdetto rischia di essere interpretato come un via libera definitivo. Il giudice Brett Kavanaugh, scrivendo per la maggioranza, ha affermato che “gli stati possono mantenere sport femminili riservati alle donne biologiche”, una formulazione che riflette le preoccupazioni espresse durante le udienze di gennaio, quando alcuni giudici conservatori avevano mostrato simpatia per l’argomento della “equità competitiva”. La decisione rappresenta un successo politico per Donald Trump, che ha fatto della questione una bandiera della sua guerra culturale contro quella che definisce “l’invasione degli uomini negli sport femminili”.
La sentenza arriva dopo anni di misure restrittive: la NCAA e i comitati olimpici statunitensi hanno già vietato la partecipazione delle donne trans in risposta a un ordine esecutivo di Trump, mentre la sua amministrazione ha limitato l’uso dei pronomi neutri e l’accesso agli interventi di transizione. La Corte ha emesso un verdetto che non chiude il dibattito, ma lo sposta su un terreno più favorevole ai legislatori conservatori.
Le conseguenze sulle cause pendenti in stati come California e Connecticut restano incerte, ma il segnale politico è chiaro: la maggioranza della Corte Suprema considera legittimi i divieti basati sul sesso biologico.





