Johannesburg, crocevia di culture e capitale economica del Sudafrica, è oggi il cuore di una crisi che si estende da Durban a Città del Capo. Zimbabwani, malawiani, congolesi ed etiopi — medici, artigiani, ristoratori — vivono nella paura mentre il Paese è travolto da una nuova ondata di xenofobia. Da mesi, folle di manifestanti anti‑immigrazione marciano al grido di Mabahambe (“Devono andarsene”), armate di bastoni e convinte di poter “arrestare” gli stranieri. Attività commerciali di proprietà di migranti sono state saccheggiate, case distrutte, persone uccise. A Durban, migliaia di malawiani dormono all’aperto implorando il rimpatrio; a Città del Capo, centinaia di zimbabwani si sono accampati fuori dal consolato.
Il movimento March and March, guidato dall’ex conduttrice Jacinta Ngobese‑Zuma, ha imposto una scadenza arbitraria: il 30 giugno, tutti gli immigrati clandestini dovranno lasciare il Paese. “Il Sudafrica tornerà grande”, ha dichiarato, alimentando un clima di odio amplificato da fake news e video virali su TikTok. Il presidente Cyril Ramaphosa tenta di contenere la tensione, promettendo di rafforzare i confini e combattere la disoccupazione — oltre il 30% — che molti attribuiscono agli stranieri. Ma per chi vive nei sobborghi di Johannesburg, la paura è quotidiana.
Guy, falegname malawiano di 25 anni, racconta di estorsioni da parte della polizia e minacce dai manifestanti. Nel quartiere di Yeoville, Bona Mapezi Bahati, congolese incinta di otto mesi, teme di non poter partorire: le cliniche rifiutano gli stranieri. “Mi sembra di essere in una zona di guerra”, sussurra. Il Sudafrica, che un tempo accoglieva chi fuggiva da conflitti e povertà, oggi rischia di perdere la sua anima cosmopolita. E mentre il 30 giugno si avvicina, migliaia di migranti attendono, sospesi tra paura e speranza.





