Il Senato degli Stati Uniti ha approvato con 50 voti favorevoli e 48 contrari una risoluzione per limitare i poteri di guerra di Donald Trump e chiedere la fine delle operazioni militari contro l’Iran, salvo autorizzazione esplicita del Congresso. Il voto, dal valore soprattutto simbolico, segna però una rottura con la Casa Bianca: quattro repubblicani, Rand Paul, Lisa Murkowski, Susan Collins e Bill Cassidy, si sono schierati con i democratici, mentre il democratico John Fetterman ha votato contro. Trump ha reagito con durezza su Truth. “Ho l’Iran alle corde, pronto a crollare, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa”, ha scritto il Presidente, accusando il Senato di avere votato “in modo inopportuno e insensato” sulla legge sui poteri di guerra.
Secondo Trump, il messaggio inviato a Teheran è che “agli Stati Uniti non piace quello che sto facendo” e che il Presidente “deve fermarsi”. Quattro senatori repubblicani, ha aggiunto, “hanno votato con i democratici” e “mi hanno appena reso il lavoro più difficile, ma lo farò, in un modo o nell’altro”. La tensione interna arriva mentre l’amministrazione cerca di spostare il centro del dibattito dall’Iran all’economia. Secondo Politico, la Casa Bianca vuole cambiare narrativa in vista delle elezioni di metà mandato, riducendo l’esposizione sulla crisi mediorientale e puntando su taglio delle tasse, Wall Street e inflazione. Trump ha già attaccato le compagnie petrolifere, accusandole di non abbassare abbastanza rapidamente i prezzi della benzina e annunciando di avere dato istruzioni al Dipartimento della Giustizia perché intervenga.
Hormuz, Oman e Qatar
Sul piano diplomatico, Washington continua però a muoversi nel Golfo. Il segretario di Stato Marco Rubio, arrivato ad Abu Dhabi, ha detto che l’Iran potrebbe avere “grandi opportunità” economiche se decidesse “di voler essere un Paese, anziché un movimento rivoluzionario”. Rubio ha precisato che eventuali investimenti non arriverebbero dal governo americano e ha ribadito che Teheran non potrà imporre pedaggi nello Stretto di Hormuz. I negoziati sul Libano, ha aggiunto, resteranno separati dal dossier iraniano. Proprio Hormuz resta il punto più delicato. L’Oman ha annunciato un corridoio temporaneo per garantire il transito delle navi nello Stretto, in coordinamento con l’Organizzazione marittima internazionale dell’Onu.
Mascate parla di una misura coerente con il diritto internazionale e con la libertà di navigazione senza pedaggi. Doha ha avvertito che non accetterà una gestione unilaterale del passaggio: “Per un Paese come il Qatar, è il nostro unico corridoio marittimo”, ha detto il premier Mohammed bin Abdulrahman Al Thani al Financial Times. Il Qatar, secondo lo stesso Al Thani, si prepara anche a riprendere la normale produzione di gas naturale liquefatto, dopo l’accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran.
L’Aiea chiede accesso all’uranio
Intanto l’Aiea chiede di ripartire subito con le ispezioni. Il direttore generale Rafael Grossi ha indicato come priorità la verifica della posizione dell’uranio altamente arricchito iraniano. Teheran, ha spiegato, deve comunicare agli ispettori dove si trovi il materiale. “Prima si procede, meglio è”, ha detto Grossi, ricordando che l’intesa ha una durata di sessanta giorni e che non c’è tempo da perdere, anche perché alcuni siti di stoccaggio sono stati colpiti e parzialmente distrutti.
Libano e Gaza
Resta aperto anche il capitolo libanese. Secondo fonti citate da Reuters, Israele e Libano discutono un progetto pilota, con il sostegno degli Stati Uniti, che prevederebbe il ritiro dell’Idf da alcune aree del sud del Libano e il passaggio del controllo all’esercito libanese. Il Qatar accusa però Israele di reagire “in modo eccessivo agli scambi di fuoco invece di lavorare per la de escalation”. A Gaza, l’esercito israeliano ha annunciato di avere smantellato nella notte quattro postazioni di lancio di razzi, definite una minaccia immediata contro civili e soldati israeliani.





