La Romania scivola più a fondo nella crisi politica dopo che Adrian Vestea, premier designato dal presidente centrista Nicușor Dan, non è riuscito a ottenere la fiducia del Parlamento. Il voto, respinto con 189 sì contro i 233 necessari, è stato determinato dal rifiuto dell’opposizione di estrema destra AUR, che ha lasciato il governo proposto senza una maggioranza possibile.
La bocciatura apre una fase di incertezza che rischia di pesare sull’accesso ai fondi europei e sul rating sovrano del Paese. Ora il presidente dovrà indicare un nuovo candidato, che avrà dieci giorni per formare un esecutivo e presentarsi di nuovo davanti alle Camere. La legge prevede che, se due premier designati falliscono nell’arco di 60 giorni, il capo dello Stato possa sciogliere il Parlamento e convocare elezioni anticipate. Il contesto è reso più complesso dal fatto che l’AUR, oggi accreditato tra il 38% e il 41% nei sondaggi, guida le intenzioni di voto.
Una prospettiva che spinge molti analisti a ritenere che il Parlamento, pur frammentato, finirà per approvare il prossimo nome indicato dal presidente per evitare un ritorno alle urne. L’esecutivo guidato da Ilie Bolojan era caduto a inizio maggio, quando i socialdemocratici — primo partito in Parlamento — avevano abbandonato la coalizione e si erano uniti all’estrema destra per presentare una mozione di sfiducia.
Paradossalmente, Vestea aveva ottenuto proprio il sostegno dei socialdemocratici, mentre i liberali e due partiti minori della vecchia maggioranza si erano sfilati, lasciando il destino del governo nelle mani dell’AUR. Il leader del partito, George Simion, ha rifiutato l’appoggio chiedendo che le forze tradizionali smettessero di definire l’AUR “estremista”. Con i rapporti di forza attuali, un governo di minoranza appare lo scenario più probabile: potrebbe essere guidato dai socialdemocratici oppure da una combinazione dei tre partiti di centro‑destra della precedente coalizione.





