La Colombia ha scelto una svolta radicale. L’avvocato Abelardo de la Espriella, sostenuto dagli Stati Uniti e soprannominato “El Tigre”, ha vinto di misura il ballottaggio presidenziale con il 49,7% dei voti contro il 48,7% del senatore di sinistra Iván Cepeda. Una differenza di poche centinaia di migliaia di voti che però segna un cambio di rotta netto: il Paese torna nelle mani della destra dopo anni di tensioni politiche, violenze e un processo di pace fragile. Dal palco blindato di Barranquilla, de la Espriella ha annunciato “l’inizio di una nuova era”, promettendo una guerra senza compromessi contro guerriglia, narcotraffico e corruzione.
La vittoria è stata accolta con entusiasmo da Washington: il segretario di Stato Marco Rubio ha espresso sostegno immediato, parlando di una collaborazione rafforzata su sicurezza, immigrazione e commercio. Ma mentre i sostenitori festeggiavano nelle strade indossando la maglia gialla della nazionale, in altre città esplodeva la protesta. A Cali migliaia di manifestanti hanno bruciato bandiere statunitensi e si sono scontrati con la polizia antisommossa. Il clima riflette un Paese profondamente diviso, dove la campagna elettorale è stata segnata da attentati e dall’omicidio di un candidato conservatore.
De la Espriella, che ha la doppia cittadinanza USA‑colombiana, ha promesso un governo “democratico e garante delle libertà”, ma ha anche annunciato che interromperà i negoziati con i gruppi dissidenti e lancerà una campagna di bombardamenti mirati con supporto statunitense. Una linea dura che rischia di mettere alla prova il processo di pace firmato con le FARC dieci anni fa, mentre il Paese resta segnato da disuguaglianze profonde e da un narcotraffico più forte che mai. Cepeda, che non ha riconosciuto la sconfitta, ha annunciato un ricorso su oltre 30.000 seggi, pur sapendo che nessun riconteggio ha mai ribaltato un’elezione presidenziale in Colombia.





