La capitale cambogiana porta ancora i segni di un’industria criminale che per anni ha prosperato nell’ombra: il gigantesco sistema degli scam online, un business multimiliardario che ha trasformato interi quartieri in città‑fortezza e che solo di recente è stato smantellato da un’ampia operazione governativa. Ma la repressione ha aperto una crisi parallela: migliaia di lavoratori stranieri, reclutati con false promesse e costretti a lavorare come schiavi digitali, sono stati liberati dai compound e ora vagano per la città senza denaro, documenti o un posto dove andare.
ONG come Amnesty International li definiscono vittime di tratta di esseri umani, intrappolate in un limbo burocratico che rischia di trasformarsi in una nuova spirale di sfruttamento. Per anni la Cambogia è stata un epicentro globale delle truffe online, note come “pig‑butchering scams”, che convincono le vittime a investire in schemi fraudolenti mostrando profitti fittizi fino al collasso finale. Secondo l’FBI, solo nel 2023 gli americani hanno perso oltre 20 miliardi di dollari in queste operazioni.
Dietro lo schermo, però, c’era un sistema di coercizione brutale: migranti da Indonesia, Uganda, Ghana e Sierra Leone raccontano di essere stati attirati con offerte di lavoro legittime e poi rinchiusi in complessi sorvegliati, costretti a raggiungere quote impossibili. Negli ultimi giorni, secondo le ONG, le autorità hanno intensificato gli arresti per violazioni del visto, stipando i migranti in centri di detenzione sovraffollati. Amnesty denuncia che i detenuti non hanno accesso ad avvocati né ai propri consolati, in violazione degli obblighi internazionali. Il ministero dell’Interno respinge le accuse, sostenendo di aver “salvato” centinaia di migliaia di lavoratori e di averli rimpatriati “con la massima cura”.





