Le autorità elettorali peruviane hanno confermato domenica i risultati ufficiali del primo turno delle presidenziali di aprile, aprendo la strada al ballottaggio del 7 giugno tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez. La proclamazione della Commissione elettorale nazionale era l’ultimo passaggio necessario per indire il secondo turno, dopo che nessun candidato aveva superato la soglia del 50% dei voti validi. Fujimori, 50 anni, deputata e figura politica di lungo corso, ha ottenuto 2,8 milioni di voti, pari al 17,19%.
È la quarta volta che accede a un ballottaggio, sostenuta dal suo partito Fuerza Popular e dall’eredità controversa del padre, l’ex presidente Alberto Fujimori. Roberto Sánchez, ex ministro del Commercio estero sotto Pedro Castillo e candidato di Juntos por el Perú, ha raccolto 2,015 milioni di voti, il 12,03%. Entrambi hanno superato una competizione affollatissima, con 33 candidati in corsa.
Il dato più significativo, però, è che oltre il 70% degli elettori non ha scelto né Fujimori né Sánchez al primo turno. Una frammentazione che obbligherà entrambi a costruire coalizioni ampie e pragmatiche per sperare di prevalere al ballottaggio. La sicurezza pubblica, tema dominante della campagna, resta la priorità assoluta per un Paese dove la criminalità percepita è in crescita e l’economia — trainata dal settore minerario — ha resistito meglio della politica agli scossoni degli ultimi anni. Il Perù vive infatti una crisi istituzionale quasi permanente: otto presidenti in meno di dieci anni, scontri continui tra Parlamento ed esecutivo, e proteste che tra il 2022 e il 2023 hanno provocato la morte di 50 manifestanti.
In questo contesto, il voto appare meno come una scelta ideologica e più come un tentativo di stabilizzare un sistema logorato. Con la conferma ufficiale dei risultati, Fujimori e Sánchez dovranno convincere un elettorato diffidente e polarizzato, mentre il Paese osserva con cautela un nuovo capitolo della sua lunga instabilità politica.





