Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un nuovo capitolo nell’inchiesta sul crollo del ponte Francis Scott Key, avvenuto nel marzo 2024, incriminando due società del gruppo Synergy Marine e il responsabile tecnico della nave Dali. Le accuse, annunciate martedì, spaziano dalla cospirazione per frodare gli Stati Uniti alla negligenza degli ufficiali di bordo, fino alla mancata comunicazione di condizioni di pericolo note alla Guardia Costiera.
Secondo i procuratori, la nave avrebbe perso potenza due volte prima dell’impatto, e modifiche tecniche non dichiarate avrebbero impedito il ripristino dell’alimentazione elettrica in tempo per evitare la collisione. Synergy respinge ogni addebito, definendo l’atto d’accusa “infondato” e accusando il governo di criminalizzare un incidente tragico. L’azienda sostiene di aver collaborato pienamente con gli investigatori e promette di difendersi con decisione in tribunale. Ma per il Dipartimento di Giustizia, il crollo rappresenta una tragedia evitabile: sei operai, tutti di origine latina, morirono mentre lavoravano alla manutenzione del ponte; un settimo rimase gravemente ferito. Le famiglie delle vittime, rappresentate da un team legale che parla di “giorno storico”, vedono nelle accuse un primo passo verso la responsabilità.
Il disastro paralizzò per settimane il porto di Baltimora, causando danni economici stimati in oltre cinque miliardi di dollari e rilasciando nel fiume Patapsco container, carburante e detriti del ponte. Le autorità federali hanno annunciato l’intenzione di chiedere l’estradizione del responsabile tecnico, attualmente in India. Intanto, il processo civile avviato dalle famiglie delle vittime si avvicina alla fase decisiva, mentre la ricostruzione del ponte procede lentamente. Per molti, la domanda resta la stessa: quando arriverà davvero la giustizia.





