Il ponte del primo maggio resta uno degli appuntamenti più attesi della primavera turistica. Secondo le stime, quasi 7,5 milioni di italiani si preparano a qualche giorno tra mare, montagna e città d’arte. Ma, mentre una parte del Paese parte, un’altra resta in servizio per assicurare attività e servizi che non possono fermarsi.
Secondo un’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia su dati Istat, nel primo fine settimana di maggio saranno 4,6 milioni gli addetti chiamati al lavoro. La platea comprende turismo, accoglienza, informazione, intrattenimento, agricoltura, allevamento, commercio, pubblici esercizi, trasporti, sanità, industria a ciclo continuo, sicurezza e ordine pubblico.
Dei 4,6 milioni complessivi, 1,1 milioni sono autonomi: agricoltori, allevatori, ambulanti, artigiani, commercianti, esercenti, ristoratori. Gli altri 3,5 milioni sono dipendenti. In rapporto al totale delle rispettive categorie, nei festivi lavora il 18,5% dei dipendenti e il 22,3% delle partite Iva. Tra tutti gli occupati, l’incidenza arriva al 19,3%.
Cittadinanza e genere
Il quadro cambia anche per cittadinanza e genere. Tra i dipendenti che prestano servizio nei giorni di festa, gli italiani sono il 18%, pari a 3 milioni di persone; gli stranieri comunitari il 20,1%, cioè 132 mila; gli extracomunitari il 23,5%, pari a 353 mila. Tra gli uomini l’incidenza è del 18,1%, tra le donne del 19,1%. I settori con più dipendenti in servizio sono alberghi e ristoranti, con 781.700 addetti. Seguono sanità e istruzione, con 688 mila, e commercio, con 631 mila. Insieme questi tre comparti raccolgono 2.100.700 lavoratori, il 60% del totale dei dipendenti impegnati durante le feste.
Nel turismo e nella ristorazione il peso del lavoro festivo raggiunge il 68,3% degli addetti. Nel commercio e nei pubblici esercizi si attesta al 27,6%, nella Pubblica amministrazione al 24%, nei trasporti al 22,2%.
Regioni
In termini assoluti, la Lombardia conta il numero più alto di dipendenti al lavoro nei giorni festivi: 567.700. Seguono Lazio con 446.400, Veneto con 278.600 e Piemonte-Valle d’Aosta con 272.200. Se però si guarda all’incidenza sul totale dei dipendenti, in testa ci sono Sardegna con il 25,2%, Lazio con il 23,2% e Molise con il 22,6%. Secondo la Cgia il dato dipende dal peso di alberghi, ristoranti, commercio e trasporti in queste regioni. In territori come Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, invece, la presenza più forte del manifatturiero riduce l’incidenza del lavoro festivo sul totale.
Nel confronto europeo l’Italia si colloca nella parte bassa della classifica. Nel 2025 la media Ue a 27 dei dipendenti attivi nei giorni di festa è pari al 20,3%. I livelli più alti si registrano nei Paesi Bassi, con il 38,4%, a Malta, con il 36%, e in Danimarca, con il 33,6%. L’Italia si ferma al 17,8%. Tra i grandi Paesi dell’Unione, solo la Germania presenta un valore inferiore, con il 14,4%.
Costo sociale
La Cgia richiama anche il costo sociale del lavoro nei festivi. Per molti addetti queste giornate non rappresentano una pausa, ma turni spesso più pesanti. Il primo effetto riguarda il tempo sottratto alla famiglia: pranzi, incontri e tradizioni restano fuori dalla portata di chi garantisce servizi durante le ricorrenze. C’è poi una distanza rispetto al resto della comunità. Chi lavora nei festivi riposa in giorni diversi, incontra più difficoltà nel mantenere relazioni, partecipare alla vita sociale e organizzare il tempo libero. Ospedali, emergenze, sicurezza, informazione, trasporti, turismo e ristorazione non possono interrompere l’attività, ma proprio per questo il tema richiede attenzione.





