Il governatore dello stato messicano di Sinaloa è stato incriminato negli Stati Uniti con l’accusa di traffico di droga, un atto giudiziario che rischia di scuotere profondamente gli equilibri politici del Paese e di inasprire ulteriormente le relazioni bilaterali con Washington.
L’inchiesta, condotta da una corte federale statunitense, sostiene che l’alto funzionario avrebbe favorito per anni le attività di gruppi criminali locali, garantendo protezione istituzionale in cambio di denaro e sostegno politico. Secondo i documenti depositati dai procuratori, il governatore avrebbe facilitato il passaggio di ingenti quantità di stupefacenti verso il confine, sfruttando la propria posizione per interferire con indagini e operazioni di polizia.
Le accuse, che includono associazione a delinquere e traffico internazionale di droga, si inseriscono in un quadro già segnato dalla storica presenza dei cartelli nello stato di Sinaloa, culla di alcune delle organizzazioni criminali più potenti del continente.
Il governo messicano ha reagito con cautela, affermando di voler “collaborare pienamente” con le autorità statunitensi pur ribadendo la necessità di rispettare la sovranità nazionale. L’opposizione, invece, parla di un “fallimento istituzionale” e chiede le dimissioni immediate del governatore, che al momento nega ogni coinvolgimento e denuncia un presunto accanimento politico.
L’incriminazione arriva in un momento delicato per il Messico, impegnato a dimostrare progressi nella lotta ai cartelli e sotto pressione da parte di Washington per rafforzare i controlli sul traffico di droga. Il caso potrebbe avere ripercussioni significative sulla cooperazione bilaterale e alimentare un dibattito interno già teso sulla permeabilità delle istituzioni locali alle infiltrazioni criminali.





